via_dall_IstriaLasciando le proprie terre migliaia di esuli istriani, fiumani e dalmati approdarono a Trieste. Tanti si fermarono qui, vicini alla loro piccola patria, altri si sparsero nel mondo e lungo lo Stivale. Trieste capitale tout court dell’emigrazione giuliano-dalmata, di un’ondata migratoria iniziata a fine Ottocento e proseguita, con modalità e per cause affatto diverse a seconda dei periodi, fino alla seconda metà del secolo scorso.

L’esodo fu un momento di drammatica rottura. Diverso, ma non meno difficile, lacerante sul piano umano fu l’addio che diedero masse di persone, per lo più povere o di modeste condizioni sociali, che s’imbarcarono sui pirsocafi diretti verso il Nord e il Sud America, l’Egitto, altre parti d’Europa…; navi che salpavano soprattutto dal capoluogo giuliano, e in parte anche da Genova. Un lungo flusso, un’emorragia di gente alla ricerca di mezzi di sussistenza, di lavoro, di migliori condizioni di vita, di un po’ di fortuna, di un futuro migliore per la famiglia, con il pensiero di riuscire, un giorno, fare ritorno a casa.

Studio accuratamente documentato

Javier Pablo Grossutti ha concentrato il suo interesse proprio su questa microstoria. Studioso dell’emigrazione dalle province della Venezia Giulia e dal Friuli, ha condotto una notevole, accurata e precisa ricerca, raccogliendo numerose informazioni. Infatti, Grossutti ha utilizzando un’ampia tipologia di fonti, da anagrafi comunali a scritti di podestà, pratiche legate al rilascio dei documenti di espatrio (passaporti e altri atti), memorie autobiografiche, corrispondenze epistolari, delle autorità portuali, lettere di ditte di trasporto e compagnie marittime, censimenti, senza contare l’analisi incrociata degli apporti di varie storiografie. In questo modo è riuscito a ricostruire le dinamiche dei flussi migratori dall’area studiata nel corso di circa un secolo, dagli anni Settanta dell’Ottocento alla fine degli anni Quaranta del Novecento.

Un quadro ricchissimo, tratteggiato in “Via dall’Istria. L’emigrazione istriana dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi anni Quaranta del Novecento”, 270 pagine corredate da un CD contenente il testo completo e un’ampia serie di notizie che non è stato possibile includere nel volume, che vede come editori l’Università Popolare di Trieste e l’Unione Italiana (è stato realizzato con i fondi della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia LR 79/21.7.78). Del lavoro, uscito con il coordinamento editoriale di Aldo Flego, si parlerà oggi nella sede dell’UPT con inizio alle ore 17.
Com’è organizzato il libro? Alla presentazione, firmata dal presidente dell’UPT, Silvio Delbello, seguono i ringraziamenti e una sua premessa (“L’emigrazione istriana: lo stato dell’arte”) nella quale spiega l’ambito geografico (per il periodo asburgico i distretti di Capodistria, Parenzo, Pisino, Pola e Volosca-Abbazia; per il periodo italiano le province dell’Istria e del Carnaro) e temporale (dalla seconda metà dell’Ottocento al secondo conflitto mondiale) della ricerca, alcuni approcci metodologici e i riferimenti storiografici.

Un nodo centrale

In realtà, fa notare, non sono tantissimi gli studi articolati e d’insieme sulle dinamiche economiche, politiche e sociali sull’emigrazione pre-esodo, anche perché l’attenzione su quest’ultimo l’ha relegato a una condizione marginale nella storiografia. “Il fenomeno dell’emigrazione prima della Seconda guerra mondiale, per quanto considerato marginale rispetto al doloroso esodo dopo il 1945, rappresenta, tuttavia, un nodo centrale della recente storia di un territorio etnicamente complesso, di un’area d’incontro e mediazione, e non solo di scontro, tra italiani, croati e sloveni”, puntualizza Grossutti. Va comunque rilevato che per il periodo fino alla Grande Guerra, un punto di partenza importante è rappresentato dai lavori di Dean Krmac, mentre il ventennio fascista è stato affrontato in un incontro pluridisciplinare tenutosi a Trieste e a Capodistria nel 1981.
Fatti i dovuti “distinguo”, la materia è suddivisa in due parti, in senso cronologico. Il primo capitolo si concentra sull’emigrazione istriana fino al 1914 da un territorio molto eterogeneo come lo era il Litorale austriaco o Küstenland, comprendente la città di Trieste, il Margraviato d’Istria e la Contea principesca di Gorizia e Gradisca, vale a dire i distretti di Gorizia, Gradisca, Tolmino, Sesana, Trieste, Pola, Pisino, Capodistria, Rovigno, Abbazia e Lussino. Tanti gli aspetti interessanti. Ad esempio, alla fine del XIX secolo tra le destinazioni migratorie estere c’è la Romania, presumibilmente gruppi di cicci originari che rientrarono in patria, ma pure l’Africa, Alessandria, dove gli istriani, donne e uomini, svolgevano un’ampia varietà di mestieri, dalle domestiche a quelle dei braccianti impegnati nella costruzione del canale di Suez.

Storie di povera gente

Per quanto riguarda istriani, dalmati e montenegrini presenti nelle Americhe, diversi avevano raggiunto le coste della California in seguito alla scoperta dell’oro, avvenuta a San Francisco nel 1848. Ci sono poi coloro che raggiungono le miniere della Pennsylvania, ma anche quelle degli altri stati statunitensi. Il minatore istriano Antonio Tomicich muore a Shamokin per infortunio sul lavoro nel 1916, mentre il trentasettenne Giovanni Cnapich, nato a Ripenda di Albona nel 1878, perde la vita un anno prima in una miniera del West Virginia in seguito ad infortunio; il 6 dicembre 1907 nel disastro di Monongah periscono i minatori Anton Hrvatin di Starada di Bisterza, Anton Udovič di Elsane e Johann Valenčič di Podgraje di Castelnuovo d’Istria nel distretto di Volosca. Da Fianona, invece, i numerosi marittimi raggiungono gli stati di New York e di New Jersey per trovare impiego nelle attività portuale e cantieristica. Da Pinguente e dai paesi vicini molti approdarono a Portland, nello stato dell’Oregon, prima e dopo la realizzazione, nel 1905, della Lewis and Clark Centennial American Pacific Exposition and Oriental Fair, una specie di esposizione universale per ricordare il centenario della Spedizione di Meriwether Lewis e William Clark. E via di seguito.

Javier P. Grossutti ricostruisce casi, anche singoli, cause, profili (anche nazionali), raccoglie testimonianze, reazioni di autorità del territorio di espatrio e di quelle degli stati che si trovarono ad affrontare l’immigrazione. Non di meno accurato e documentato il capitolo relativo all’età tra le due guerre mondiali, con le sue specificità, tra cui l’emigrazione (anche clandestina) verso la Jugoslavia; e ancora disoccupati di Albona emigrati in Francia; operai dei cantieri di Pola e delle campagne di Pisino e Pinguente che vanno in Argentina; l’emigrazione dalla provincia del Carnaro negli anni Venti, lo “sfogo” del triennio 1928-1930, con il governo fascista che non faceva nulla per fermare le partenze; l’emigrazione istriana negli anni Trenta diretta soprattutto verso le altre province del Regno d’Italia.

Analisi da approfondire

Molti aspetti rimangono ancora da approfondire.”La ricerca potrà dare un contributo sostanziale nella misura in cui verrano messi da parte visioni stereotipate, pregiudizi e luoghi comuni, così diffusi nello studio dell’emigrazione, non soltanto istriana”, conclude l’autore. Grossutti ha intrapreso un percorso di ricerca molto complesso, ma “molto importante per la ricostruzione topografica di tante vite disperse, di tante destinazioni divenute da provvisorie, permanenti ed è destinato a rappresentare un punto di riferimento della storiografia istriana”, come sottolinea in apertura Silvio Delbello.
Javier P. Grossutti è nato a Buenos Aires (Argentina); da oltre vent’anni si occupa di emigrazione friulana, di emigrazione di ritorno e delle problematiche legate alle comunità friulane e italiane all’estero, presso le quali ha realizzato numerose indagini per conto delle Università di Trieste, Trento e Udine. Per l’ateneo triestino ha tenuto corsi di storia dell’America Latina, per quello friulano corsi sull’emigrazione italiana e sull’emigrazione di ritorno. Tra il 2007 e il 2008 è stato invitato come Associate Research Scholar dalla Columbia University di New York, su indicazione della Italian Academy for Advanced Studies in America. Tra i suoi numerosi lavori si segnalano “Non fu la miseria, ma la paura della miseria: la colonia della Nuova Fagagna nel Chaco argentino (1877-1881)”, del 2009, e ‘”In lontano suolo a guadagnarsi un incerto pane!’: emigrants dal Friûl di Mieç”, con Corinna Mestroni, del 2012.

Ilaria Rocchi

da “La Voce del Popolo” di Fiume

Via dall’Istria per sopravvivere e trovare fortuna
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