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TRIESTE Sono stati tanti gli argomenti sulla storia e cultura della nostra realtà comunitaria trattati nell’ottobre scorso all’VIII edizione de “La Bancarella – Salone del Libro dell’Adriatico orientale” di Trieste, rassegna ideata, diretta e coordinata dal Centro di Documentazione multimediale della cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata e co-organizzata dall’Università Popolare di Trieste.

Un documentario su Vergarolla

Tra questi un particolare interesse ha suscitato l’incontro tra il giornalista Paolo Radivo, Direttore de “L’Arena di Pola”, e Lino Vivoda, consigliere benemerito dell’A.N.V.G.D. Nazionale e cofondatore del Libero Comune di Pola in esilio, i quali hanno discusso con Domenico Guzzo, componente della sezione eventi cinematografici e culturali dell’Istituto di Cultura Italiano di Marsiglia, l’ipotesi per la realizzazione di un documentario sulla strage di Vergarolla. Il documentario, per la cui realizzazione si attende lo sblocco di una questione finanziaria, dovrebbe iniziare a metà 2015, con una distribuzione per la fine dell’anno. Nonostante il progetto sia ancora lontano dalla sua realizzazione, abbiamo voluto parlarne con uno degli autori, ovvero con Domenico Guzzo.

Una strage dimenticata e rimossa

“L’idea di un documentario dedicato alla strage di Vergarolla nasce da una combinazione di fattori – esordisce Domenico Guzzo alla domanda sulla genesi del progetto –. In primis, il felice sodalizio che come storico del Novecento italiano ho instaurato con il valente regista indipendente Alessandro Quadretti e con il quale lavoro da tempo sulle cosiddette stragi dimenticate del dopoguerra italiano. Dopo la realizzazione del documentario del 2011, sull’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974, che ha contemporaneamente tenuto a battesimo la nascita della casa di produzione audio-visiva ‘Officinemedia’, abbiamo deciso di affrontare la tragedia di Vergarolla con i suoi innumerevoli morti. Una strage poco ricordata e studiata, addirittura rimossa dal discorso pubblico per oltre un quarantennio. La scelta di Vergarolla trae origine dalla gravità del dramma, ma anche dalla sua collocazione temporale, 18 agosto 1946, che costituisce l’anello di congiunzione tra la fine del conflitto mondiale e l’avvio della guerra fredda, in un limbo che precedette perfino la nascita effettiva della Repubblica in Italia. Una strage che ha inaugurato quella scia di tensione che ha costantemente influenzato lo sviluppo delle dinamiche socio-politiche italiane lungo tutta la seconda metà del Novecento. Infine, ma non certo per ordine d’importanza, ha pesato sulla scelta una dimensione biografica: il regista Alessandro Quadretti è figlio di un esule polese e nipote di un ufficiale di marina, vittima dei massacri delle foibe. Per noi e per ‘Officinemedia’, immergersi nuovamente nella strage di Vergarolla denota una volontà d’impegno civile e di divulgazione sociale assolutamente ineludibile, vista anche la mancata giustizia che ha contraddistinto la valutazione di quel tragico evento”.

Una ricostruzione storiografica

“Il documentario sarà un lungometraggio basato su una solida ricostruzione storiografica, ma arricchito da una capillare elaborazione artistica – ci ha spiegato Domenico Guzzo –. Sarà composto pertanto da uno scheletro d’interviste, corredato da inserti di fiction in super-8 (pellicola che permette di recuperare il clima e la pasta fotografica dell’epoca) volti a ricreare situazioni e ambientazioni coeve, da materiali di repertorio filmico e iconografico, da performances artistiche spazianti dalla musica al cinema d’autore. Il documentario si affaccerà su un intervallo storico che va dal contesto generale della situazione giuliano-istriano-dalmata nell’immediato dopoguerra sino al processo di reintegro sociale e geografico degli esuli negli anni successivi alla strage di Vergarolla”.

Previste tante interviste

Anche se le riprese del documentario non sono ancora iniziate, abbiamo chiesto al nostro interlocutore chi intendesse intervistare. “Il piano di lavoro – ci ha rivelato – prevede la realizzazione di lunghe interviste a polesani che in un modo o nell’altro quella strage l’hanno vissuta, a studiosi ed esperti dell’accaduto e della storia della questione giuliano-dalmata, a personalità che oggi si occupano di tutelare e promuovere il ricordo di quegli eventi, nonché a politici che si confrontano con la spinosa eredità di quegli anni”.

Una ricostruzione empatica

“La bibliografia sulla strage – ci ha raccontato Guzzo – è praticamente assente, se si fa eccezione per il recentissimo lavoro monografico di Gaetano Dato. È stato necessario, quindi, un enorme lavoro di ‘scavo’ giornalistico e memorialistico – le uniche fonti che si sono con costanza occupate della vicenda – al fine di ottenere una base interpretativa da passare al vaglio della storiografia consacrata al confine orientale, all’esodo e ai rapporti italo-jugoslavi all’interno della guerra fredda. In effetti, come già detto, uno degli impegni morali alla base di questo documentario è quello di fornire finalmente una ricostruzione solida, compiuta ed empatica della vicenda, al fine di promuovere nelle nuove generazioni memoria e interesse”.

Il principio della «funzionalità»

Abbiamo chiesto poi a Domenico Guzzo a quali conclusione fosse giunto. “In termini di conclusioni – ha detto – non possiamo che ribadire quanto ormai chiarito dagli studiosi più attenti, e cioè che la strage è sicuramente di origine dolosa. Se il disinnesco degli ordigni fosse stato realizzato secondo la prassi, soltanto un intervento esterno e volontario sarebbe stato in grado di far detonare la catasta d’armamenti. Per le responsabilità, invece, non ci si può spingere oltre una plausibile presunzione che porta in direzione degli apparati di guerra non ortodossa, quali servizi segreti, gruppi sovversivi e polizie politiche. In mancanza della ‘pistola fumante’, della prova provata – impossibile da reperire sia per il lungo lasso di tempo trascorso, sia per la superficialità delle indagini all’epoca dei fatti, sia perché ovviamente le operazioni terroristiche non si registrano e non si protocollano –, ci si deve quindi attenere al principio storiografico della ‘funzionalità’. A prescindere dalle responsabilità individuali, quel che conta in termini storici è che quella strage ha polverizzato ogni margine di manovra per la comunità italiana di Pola, stretta tra la volontà di non passare sotto altra bandiera e la costante intimidazione jugoslava, determinando l’esodo nelle proporzioni in cui è poi avvenuto e ponendo una pregiudiziale grave e duratura nei rapporti fra partiti e rimasti, fra italiani e jugoslavi”.

Tra ipotesi e teorie

Qualcuno parlò di incidente, più recentemente si è affermata l’ipotesi di un attentato, come emerso da certi documenti custoditi negli archivi dell’intelligence britannica. Addirittura è emerso un nome, quello di Giuseppe Kovacich, quale esecutore dell’attentato organizzato dall’Ozna…
“Le teorie che portano alla colpevolezza di elementi dell’OZNA – ha detto in merito il nostro interlocutore – sono verosimilmente le più plausibili e avvalorate. Detto ciò, la mancanza di elementi incontrovertibili (il nome del Kovacich emerge ad esempio da una missiva del controspionaggio italiano, facilmente opinabile in una controversia così aspra e spesso autistica come quella attiva sulla strage di Vergarolla) spinge nel mantenere separati la ricostruzione verosimile e le conclusioni storiografiche. A 70 anni di distanza, l’eventuale responsabilità del Kovacich o di qualsiasi altro suo accolito risulterebbe ininfluente ai fini della riflessione e della comprensione del fenomeno: la pratica dinamitarda stragista si connota infatti per la mancata rivendicazione e per la capacità di indurre effetti di panico e tensione verso un pubblico ben superiore alla platea colpita dall’esplosione. In questo senso, a fronte delle poche fonti che si hanno a disposizione, l’interesse documentario finisce allora per concentrarsi su chi dal crimine dinamitardo traeva vantaggi, piuttosto su chi lo fece. Tutto ciò porta a ritenere che a trarre vantaggio da quell’atto terroristico furono coloro che avevano a cuore un’Istria deitalianizzata”.

Gianfranco Miksa

da “La Voce del Popolo” di Fiume

Un atto terroristico che cambiò Pola
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