Ricordo l’“esordio” di Silvio Delbello come presidente dell’Università Popolare di Trieste in terra istriana, circa tre anni fa, a una riunione della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, a Salvore. Era il primo presidente dell’ente triestino di origini istriane, il primo a “presentarsi” all’istituzione della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia. La sua nomina però aveva sollevato alcune perplessità, fondamentalmente perché una persona che per anni aveva ricoperto ruoli importanti nell’ambito di un certo associazionismo degli esuli non molto propenso a riallacciare il dialogo con i rimasti, si trovava a dirigere un ente che per antonomasia era l’incarnazione della collaborazione con i rimasti. A quell’incontro Delbello cercò di fugare ogni dubbio e dichiarò di aver accettato l’incarico perché “era un amico degli italiani di qui”.

Una questione di origini

Presidente, che cosa l’ha spinta, dunque, ad assumere le redini dell’UPT e con quale spirito si è avvicinato a quest’incarico?
“Fondamentalmente due fattori, che s’intrecciano a vicenda. Il primo è legato alle mie origini istriane. L’altro fattore è che, essendo esule da San Lorenzo, sono sempre stato attivo in seno alle associazioni degli esuli, principalmente all’Unione degli Istriani. E considerato che l’UPT si interessa all’Istria e alle attività in Istria, ho ritenuto opportuno includermi nel suo operato. Per cui, quando mi è stata prospettata la possibilità di diventare presidente dell’ente ho detto di sì. Va aggiunto che avevo appena concluso il ciclo all’Istituto Regionale della Cultura Istriano-fiumano-dalmata – era giusto e corretto lasciare spazio a qualcun altro, anche più bravo di me, io avevo svolto un compito, diciamo, più burocratico – e portato a termine la ristrutturazione e il restauro del palazzo del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata (gestito appunto dall’IRCI, ndr)”.

«Una realtà che non immaginavo»

“Ecco, tutte queste cose messe insieme mi hanno spinto a prendere in considerazione la proposta di candidarmi alla presidenza dell’UPT, alla quale ero vicino anche perché conoscevo personalmente uno dei direttori precedenti, Luciano Rossit. Insomma, non è che l’ambiente mi fosse sconosciuto. E quando sono stato eletto ho trovato una realtà che non immaginavo assolutamente esistesse, sebbene avessi partecipato a qualche riunione, anche a un Comitato di coordinamento, o qualcosa del genere, non ricordo bene in rappresentanza di chi”.

C’erano una volta… tanti soldi

E qual è stata la realtà che ha trovato, ossia come si immaginava fosse la realtà dell’UPT e quale è stata invece quella che ha incontrato?
“Io mi immaginavo una cosa un po’ così, all’acqua di rose, tranquilla, com’è in varie associazioni, dove ci si ritrova, viene fatta un po’ di attività, si trascorre del tempo in amicizia, in serenità. Invece ho trovato che qui si amministrano tanti soldi. Io questo non lo avevo percepito dal di fuori. Io ho un grande rispetto per i soldi – soprattutto quando sono i soldi degli altri, e anche per i miei ovviamente – e cerco di spenderli sempre molto bene. Invece, devo dire la verità, ho constatato che ciò non avveniva sempre così e che forse i mezzi a disposizione potevano essere spesi meglio. Le faccio notare che quando arrivai, nel 2009, c’era un’abbondanza di quattrini, che purtroppo poi sono diminuiti nel tempo. Non che la situazione attuale sia tragica, anzi, visto quello che hanno gli altri, noi possiamo ritenerci fortunati”.

La «sorpresa»: il potenziale umano

“Ma, devo ammettere che, oltre a questa questione di soldi, ho trovato soprattutto una grande mole di attività svolta in collaborazione con l’Unione Italiana. E quando dico Unione Italiana non penso a Furio Radin (presidente dell’UI, ndr), a Maurizio Tremul (presidente della Giunta esecutiva, ndr), a Fiume e agli uffici nella sede di Palazzo Modello, ma penso in primis a tutte le oltre cinquanta Comunità degli Italiani. Questa, secondo me, è l’Unione Italiana, non la struttura e le persone che in effetti amministrano i fondi messi loro a disposizione”. “Ma la vera sorpresa è stato vedere quanto ‘materiale umano’ c’era sul territorio, tutte queste persone che lavorano nelle varie Comunità, e soprattutto il ricambio generazionale che era avvenuto nel frattempo. Mi spiego: una volta, quando si parlava di presidenti delle CI, erano tutti presidenti storici; adesso invece – e per fortuna della CNI, aggiungo – c’è un rinnovamento molto importante. Vedo con piacere che ci sono tanti giovani, ci sono tante donne (che di solito sono più preparate degli uomini – parlo di presidenti di CI – a lavorare in queste strutture). Ecco, questa è una cosa che mi ha impressionato molto; dall’esterno non ci si rende conto di cosa significhi l’Unione Italiana”.

Un pallino fisso: fare informazione

“Purtroppo – e questo lo dico sempre –, il problema vostro e nostro è che fuori Trieste, al massimo fino a Monfalcone, non sanno assolutamente chi siamo. Io stesso, pur vivendo a Trieste e già vicino a questo mondo, ignoravo tante cose, figuriamoci che cosa ne possa sapere uno che non legge mai niente di noi. E per questo è importante sostenere La Voce del Popolo, l’EDIT affinché facciamo uscire questa realtà dal nostro ambito ristretto”. “Inoltre, ho avuto modo di notare in questi anni che ciò che manca è la comunicazione all’interno della CNI, tra il centro e la periferia, fra l’UPT e le Comunità, fra l’UI e le CI.
E questo fatto mi è stato confermato in più occasioni, parlando con i presidenti, con le persone delle CI, che mi chiedono sempre cose che invece dovrebbero sapere. Ciò vuol dire che non comunichiamo correttamente”. “Questa dell’informazione è un mio pallino fisso. Sono stato fortunato ad avere un maestro di formazione americana, che mi ha insegnato che l’informazione è la base di tutta la convivenza civile. Cioè vale anche fra moglie e marito: se non c’è comunicazione non c’è rapporto. Quindi anche noi dobbiamo pensare che se non c’è comunicazione, nei due sensi, è difficile convivere, è difficile collaborare e lavorare. E penso che l’UPT debba fare di più nel campo dell’informazione, nel senso di provvedere a informare meglio le Comunità sulle loro possibilità, anche perché l’Unione Italiana è presa da tanti impegni, da tante incombenze”.

Migrare in rete necesse est

Come superare questo problema? “Intanto, un veicolo importante è La Voce del Popolo, che ha fatto grandi passi avanti, nei contenuti e adesso anche con questa nuova veste grafica. Ma, visto che si legge poco, credo vadano cercate anche altre forme. Penso innanzitutto ai media oggi di moda, come telefonini, Facebook… Mia moglie mi ha regalato il tablet; io adesso sto studiando come funziona e mi sto rendendo conto di tutto ciò che si può fare con il tablet. Ed è veramente una cosa incredibile.
Come lei saprà, noi abbiamo promosso la web radio, però non è sufficiente ancora. Dovremmo fare qualcosa di più. Facebook, secondo me è una cosa molto utile…”
“L’altra cosa che vorrei realizzare riguarda le biblioteche, che di solito sono la zona più abbandonata delle Comunità. È difficile gestire una biblioteca. Penso che sarebbe opportuno creare una rete telematica, collegando tutte le biblioteche delle CI, in modo che se uno va cercare un volume a Dignano e non lo trova, può rivolgeresi ad esempio a Orsera”.

Finanziamenti, sistema da ribaltare

Da ciò si desume che per l’UPT lei pensa un ruolo attivo, a una soggettività propositiva e critica, non solo come un tramite dei finanziamenti dall’Italia alla CNI. “Adesso dirò una cosa antipatica. A suo tempo, Silvio Forza scriveva sull’ultima pagina di Panorama degli interventi sempre un po’ filosofici, un po’ riflessivi. E in uno di questi disse, tra l’altro, che secondo lui lo Stato italiano doveva dare i finanziamenti direttamente alla CNI, che questa avrebbe saputo come spenderli. È esattamente quello che io penso che lo Stato italiano non debba fare, dare i fondi a qualcuno che li impieghi come vuole. Penso poi anche un’altra cosa, e l’ho riferita al Ministero degli Affari esteri italiano, ossia che il sistema nel suo complesso sia sbagliato, cioè ci assegnano un finanziamento – quest’anno complessivamente 5 milioni di euro – e noi dobbiamo individuare le iniziative e le attività, il modo in cui spenderlo. Non può funzionare così. Il Ministero dovrebbe chiederci: di che cosa avete bisogno? Senza dirci quanto. E noi dovremmo mettere giù le nostre idee, i nostri programmi, quantificando ciò di cui abbiamo bisogno. Perché potrebbe risultare, qualche volta, che non siamo capaci di spendere 5 milioni, che con 4 milioni e mezzo, ad esempio, potremmo farcela lo stesso”.

Se stiamo ancora insieme ci sarà un perché

“Da questo capirà che il ruolo dell’UPT e mio personale non può essere ‘passivo’. Infatti, quando parliamo di programmi, con l’UI e, in modo più approfondito con il presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul, io ribadisco sempre: ‘caro Maurizio i nostri programmi devono essere concordati’, mentre lui usa un’altra parola, dice ‘condivisi’; quindi vuol dire che quando una cosa è condivisa allora la facciamo assieme. Direi che questa poi sia la realtà, perché nel 2014 ricorderemo i 50 anni della collaborazione. In mezzo secolo avremo fatto anche qualche baruffa, ma se ancora viviamo insieme, pur se costretti un po’ dalle circostanze, vuol dire che le cose possono funzionare”.
“E quindi io penso che il ruolo dell’UPT debba essere attivo, propositivo, critico pure. Infatti, l’UPT, trovandosi in posizione esterna all’organizzazione, vede in modo differente, più obiettivo rispetto a chi vive dentro la realtà – come Tremul –, quello che fa la CNI.
E poi credo che l’UPT abbia il compito di interpretare le indicazioni del MAE, dei suoi funzionari che si avvicinano alla nostra realtà spesso ignorando quella che è la realtà. E quindi ci chiedono informazioni, ci danno indicazioni, ci spronano a trovare nuove attività, iniziative più adatte ai tempi in cui viviamo. Ecco, per questo motivo io penso che l’UPT ha, e debba avere senz’altro un ruolo attivo nello spendere i fondi che il MAE ci mette a disposizione”.

Dalla Farnesina un segnale importante

Nel 2014 appunto si celebreranno le nozze d’oro della collaborazione UI – UPT. Nel frattempo sono cambiate tantissime cose, è cambiato il contesto. Da anni si parla, da entrambe le parti, di rivisitazione del Piano di collaborazione permanente che vige dal ’96 e che non è più in sintonia con i tempi…
“Sì, se ne parla, difatti. Di tanto in tanto ci proponiamo, con il presidente Tremul, di trovarci e di metterci a discutere. Ma poi, presi da altre incombenze, si rimanda. Ho detto anche recentemente a Tremul, che è sempre molto impegnato, che dobbiamo andare in un posto dove nessuno ci disturberà e metterci a lavorare per vedere tutto quello che possiamo fare. Il Concorso d’Arte e di Cultura ‘Istria Nobilissima’, ad esempio, va assolutamente rivisto, non può continuare così com’era nato quarant’anni fa. Alcune attività e iniziative si possono ormai abbandonare, sostituirle con altre”.
“Secondo me saremo costretti a fare questo, anche perché i finanziamenti si stanno riducendo di anno in anno, pur rimanendo un importo consistente; guardando alla realtà italiana e a quella croata di oggi, 5 milioni di euro sono parecchi soldi. Ma, come dicevo, c’è questa progressiva riduzione e quindi bisognerà un po’ affinare il modo di spendere questi fondi senza rinunciare all’attività fondamentale, che il MAE conosce molto bene. Non dobbiamo dimenticare che quest’anno la legge è stata rifinanziata proprio con i mezzi a disposizione del Ministero degli Esteri, e questa è una grossa mano, un segnale importante che ci ha dato la Farnesina, una dimostrazione che ci sono alcune cose alle quali non si può rinunciare”.
E sarebbe?
“La scuola, le Comunità e la cultura. Ecco, tutto il resto è relativo. Ovviamente bisogna vedere di contenere o ridurre le spese di funzionamento. L’UPT, ad esempio, con il 2013 riduce il personale di tre unità, ma senza mandare qualcuno in strada, e questo lo dico con soddisfazione. Per due persone si tratta di pensionamento, una terza si ricolloca da un’altra parte. Comunque il costo del personale viene ridotto, come le altre spese, preservando e garantendo al contempo l’operatività dell’UPT nella realizzazione dei programmi rivolti a scuole e asili, alle Comunità”.

Prioritarie scuole, CI e Cultura

“Altra cosa che dobbiamo cercare di fare con l’UI è cultura con la C maiuscola. Ci sono due o tre cose che già esistono e che devono essere elevate. Citavo prima ‘Istria Nobilissima”; l’Ex Tempore di Grisignana è diventata ormai un must, però se diventa una festa dei čevapčići non va bene. Alla Fiera del libro di Pola, poi, ci deve essere una maggiore partecipazione di personalità del mondo italiano; invece questa presenza non c’è nella misura in cui vorremmo”. “Mi ha impressionato molto, nel bene, per ciò che è stato fatto e per la partecipazione, l’Arena International (laboratori musicali che si svolgono d’estate alla CI di Pola, ndr), organizzata quest’anno per la prima volta sotto l’ala di UI-UPT. Non ho capito perché finora siano state considerate di minore importanza le scuole di musica. Secondo me invece sono importanti, perché la musica è una materia formativa del carattere dei ragazzi. Però ci sono anche altre attività che secondo me andrebbero essere seguite un po’ meglio. Non penso a rivoluzioni, però un tentativo di ammodernamento, di aggiornamento questo sì, dobbiamo farlo, insieme, UPT e UI”.

I momenti più belli

Quali sono i momenti più belli che ha vissuto in questi tre anni?
“Il 110.anniversaio dell’UPT, celebrato nella Sala del Consiglio comunale di Trieste, perché l’ho vissuto come una testimonianza di interesse da parte del Governo italiano nei nostri confronti, non di noi come UPT, ma per quello che noi rappresentiamo come veicolo dell’interesse dell’Italia nei confronti della CNI”. “E poi i tanti incontri avuti nelle Comunità. S’impara sempre qualcosa di nuovo. Io mi meraviglio della tanta gente che frequenta le CI, perché tutti sappiamo che l’associazionismo è in crisi. Però la nostra è una cosa particolare, che resiste. Occorrerebbe includere maggiormente i giovani, trovare il modo di trattenerli nelle CI, affinché non vadano in strada, perché in strada non parlano più italiano ma croato”.

Senza scuole e bilinguismo si muore

Uno dei momenti più solenni del suo mandato è stato l’incontro con i presidenti Josipović e Napolitano a Pola. All’epoca aveva fatto delle richieste precise ai due ai capi di Stato. Che cosa chiederebbe oggi?
“Tornerei a chiede le stesse cose. Sostegno alla scuola, bilinguismo, libertà e democrazia (alcuni presidenti di CI mi hanno detto: “ma guardi che c’è qualcuno che non ha nemmeno oggi il coraggio di dichiararsi italiano”, e questo è inammissibile). Le scuole sono la base, ma senza bilinguismo si
muore. E uno dei problemi che la CNI ha è che si parla sempre meno italiano, soprattutto tra i giovani”. Il 2012 è stato difficile.
Come vede la situazione attuale e l’anno che verrà?
“Ho due pensieri. Il primo è sulla quantità dei quattrini che abbiamo a disposizione e direi che, tutto sommato, c’è un qualcosa di meno del 2012, ma è sufficiente per sostenere le Comunità, le scuole e la cultura. Dispiace solo per questo ‘incidente di percorso’, l’iniziale cancellazione del finanziamento, poi il ripristino… tre anni fa era successa la stessa cosa, e quindi siamo abituati a che ciclicamente succeda questo. Ha fatto piacere vedere l’intervento di tante personalità politiche, e soprattutto del Governo, tramite il Ministero degli Esteri. L’interessamento del Governo, secondo me, è significativo perché vuol dire che forse hanno capito che, effettivamente, la nostra non è una cosa come la cultura in generale, è una cosa specifica, che deve avere l’attenzione che merita. E questa attenzione, da parte del Ministero degli Esteri, c’è stata. Quello che è negativo in questa vicenda è il taglio della Regione Friuli Venezia Giulia”.
A un certo punto mi ha detto “rimango ancora un anno”. Non pensa di ricandidarsi per un altro mandato?
“Questo lo vedremo alla fine del 2013. Anche perché avrò parecchi anni quella volta…”.

Ilaria Rocchi

Silvio Delbello «La vostra forza sta nell'unione»
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