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TORRE. Dopo gli ormai annuali tagli ai finanziamenti della Comunità nazionale italiana da parte di Roma, tagli che si susseguono da una decina d’anni, arriva il suggerimento di una sorta di autotassazione degli Italiani in Croazia e Slovenia per lo svolgimento delle loro attività: si tratta in pratica di una quota associativa mensile di un euro per ogni connazionale; altre misure proposte, la partecipazione alle spese del gruppo di attività in cui si è iscritti e la cessione in affitto a terzi di una parte degli spazi all’interno delle comunità.

L’idea è partita dal Comitato di coordinamento per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia, tenuto conto della necessità di contenere e razionalizzare al massimo le spese. Mentre la Giunta esecutiva dell’Unione Italiana riunita ad Albona si era limitata a prenderne atto, la discussione è stata poi approfondita nella riunione dell’Attivo consultivo dei presidenti delle 53 Comunità degli Italiani. E il suggerimento ha incontrato parere decisamente negativo.

I vertici della Comunità di Torre hanno parlato di una doccia fredda che spegnerebbe sul nascere l’entusiamo per l’apertura della nuova sede. Toni più duri da parte di Manuela Rojec della Comunità di Pirano: l’autotassazione o compartecipazione alle spese è una prassi sempre presente, ha detto, e si misura non in euro ma nelle tante ore di volontariato spese per il mantenimento dell’identità italiana di queste terre. Un dato, ha aggiunto Rojec, che al ministero degli Esteri deve essere tenuto nella giusta considerazione. Secondo Orietta Marot e Gianna Mazzieri Sankovic, rispettivamente presidente e vicepresidente della Comunità di Fiume, l’introduzione di una tassa sulle attività sarebbe un colpo troppo brutto, tenendo conto anche del basso tenore di vita della maggioranza dei soci.

Il presidente dell’Unione Italiana Furio Radin ha interpretato la proposta di autotassazione come un segnale del fatto che da Roma giungeranno sempre meno investimenti nell’edilizia scolastica e comunitaria, nonché per favorire attività artistiche, culturali ed altri eventi. «Spetta a noi risparmiare – ha detto Radin – per portare avanti progetti di costruzione avviati da tempo e che sono ancora in alto mare dal punto di vista della concretizzazione». Il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul alla fine sembra aver messo d’accordo tutti con la proposta di utilizzare il modello Friuli Venezia Giulia nel settore delle associazioni no profit: un modello che non prevede compartecipazioni finanziarie ma un contributo dei soci e attivisti sotto forma di lavoro volontario. Praticamente la fotografia della realtà nelle Comunità degli Italiani.

da “Il Piccolo” di Trieste

Quota associativa, le Comunità degli Italiani dicono no
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