TRIESTE | Tutto sommato la vita è bella. Anche se il cammino è ed è stato tutt’altro che sereno, anzi, tortuoso, pieno di curve, ostacoli, errori, rimpianti e bocconi amari, con tratti bui di disperazione e di sconforto, la bellezza può spuntare e spunta da ogni angolo, in ogni dove, con chiunque ci si ritrovi, nei gesti quotidiani, nei giochi, nei sorrisi regalati, in un amore… Sì, è proprio vero che la forza e le risorse che l’uomo ha sono tali da aiutarlo a superare ogni eventualità, anche la più straziante, e trovare sprazzi di felicità. E gli uomini di queste terre, che nella Storia hanno pagato un prezzo altissimo, sono sempre stati capaci di resistere a tutte le intemperie, a sopravvivere alle tante, troppe lacerazioni. Resistenti come e più delle querce, in grado di germogliare nuovamente, nonostante le radici spezzate. Ecco, sono alcune delle considerazioni che vengono in mente seguendo il percorso proposto dalla mostra “Quel giorno, sì quel giorno…”, allestita al Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata di Trieste, dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, in occasione del Giorno del Ricordo 2013. È un percorso che si consuma fondamentalmente in alcune tappe: l’ordinaria quotidianità vissuta nelle contrade in cui i giuliano-dalmati erano presenti da secoli; la rottura con il passato, determinata dagli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale e da ciò che ne seguì, nuovo assetto, trattamenti da “nemici del popolo”, persecuzioni, foibe; la decisione di seguire l’Italia e abbandonare la propria terra, l’addio ai luoghi natii; l’arrivo nella nuova patria, la fredda accoglienza e la sistemazione nei campi profughi; la volontà di ricrearsi una vita, la rinascita. È una mostra di tutti gli esuli, costruita con le loro testimonianze – racconti, fotografie, lettere, documenti –, con materiale raccolto dall’IRCI, che tramite Facebook e i mass media aveva mobilitato, circa un mese fa, questa comunità umana sparsa in tutte le parti d’Italia e del mondo. Ma è una mostra, azzarderò aggiungere, che per certi aspetti appartiene pure a chi è rimasto in Istria, a Fiume e nel Quarnero, in Dalmazia, continuando a fare cultura italiana, a salvaguardare e promuovere l’uso dell’italiano, che in quest’esposizione vede la riconferma della propria presenza, riscopre un passato oggi racchiuso nella memoria dei più anziani e di certi libri di storia, recupera tasselli d’identità preziosi, da trasmettere e far conoscere alle giovani generazioni. E più passa il tempo, più aumenta il bisogno di trasmettere questo patrimonio, superando le lacerazioni, interpretando in modo corretto le tragiche vicende che hanno segnato l’Adriatico orientale, al fine di costruire un futuro di serenità e di pace. E, come ha rilevato ieri sera all’apertura dell’esposizione la presidente dell’IRCI, Chiara Vigini, il popolo giuliano-dalmata, con il dolore ancora vivo per i torti subiti e la ricerca della verità. Perché non ci può essere pacificazione adriatica senza che vi sia conoscenza della verità. Oggi siamo sulla strada giusta, ha detto la prof. Vigini, in quanto in tutti questi anni si è sviluppata una riflessione su questa pagina di storia, si sono moltiplicate le iniziative che ci hanno fatto uscire dalle recriminazioni e in tal senso quest’esperienza può davvero essere un apporto significativo alla costruzione dell’Europa del futuro. Il vicesindaco di Trieste, Fabiana Martini, si è complimentata con gli organizzatori, in primis il direttore dell’Istituto, Piero Delbello, per l’impostazione della mostra e lo strumento usato per crearla, ossia il social network, uno strumento che farà in modo affinché i suoi contenuti arrivino davvero in tutto il mondo e vengano percepiti in modo particolare dai giovani.
Insomma “Quel giorno…” sarà così anche per loro il giorno in cui capiranno “perché non abbiano a ripetersi quei fenomeni del passato che siamo qui a ricordare”, ha concluso il vicesindaco. Il direttore Delbello ha quindi guidato la visita alla mostra, soffermandosi sulle parole del cantautore Simone Cristicchi, di cui il 14c.m. esce il nuovo album, del quale fa parte il brano “Magazzino 18”, ispirato appunto al luogo del porto di Trieste in cui ancora oggi è conservata una parte delle masserizie degli esuli: “… Ma come si fa a morire di malinconia per una terra che non è più mia… Quel che rimane di un esodo riposa in un magazzino…”. Condividere i vissuti personali e lanciarli in rete è un modo per farlo uscire, per dare dei volti a un dramma.

Ilaria Rocchi

«Quel» giorno di noi istriani, fiumani e dalmati
0.00(0 votes)

Post by admin

Comment(0)