Crist teatroLa sera di ieri l’altro, teatro Tartini a Pirano, gremito, occupato fino all’ultimo posto, ha ospitato la prima tappa istriana di “Magazzino 18”. Simone Cristicchi, noto cantautore prestatosi alla recitazione, rievoca le pagine più dolorose della storia recente della nostra terra nonché lo strappo irreversibile provocato dall’esodo, che sconquassò ed alterò tutto e tutti, con riferimenti alle complesse vicende del confine orientale.

A cimentarsi troviamo un romano, che con noi non ha alcun legame, a parte parlare una lingua comune. Si è avvicinato alla questione con il desiderio di raccontare una pagina di storia italiana ancora misconosciuta, che la Nazione ha rimosso, cancellato dalla memoria, relegando quella porzione della storia nazionale negli anfratti, disinteressandosi di quelle vicende, che rimandavano, inevitabilmente, anche al fascismo, che nella Venezia Giulia, area plurale per antonomasia, aveva condotto una politica discriminatoria e sprezzante nei confronti degli “altri”, e a una guerra persa, con pesanti conseguenze.

Il Paese dimenticò

Quegli accadimenti, i drammi vissuti e la fine di un popolo lungo i lidi orientali dell’Adriatico – che da quel momento in poi si ridusse a sparuta minoranza, quasi una reliquia, ma con un cuore ancora pulsante – furono colpiti da una sorta di ostracismo e accantonati. Per troppo tempo l’argomento era finito nel dimenticatoio.

A Trieste se n’è sempre parlato, ma la città giuliana non è l’Italia intera. Il Paese se ne disinteressò, considerando quegli eventi funesti come un problema esclusivamente locale. Così proprio non era, una parte del suo territorio fu recisa, una fetta consistente dei suoi abitanti – figli di quella terra – lasciò la regione e riparò nella penisola, una presenza e una cultura inscindibilmente legate ad essa furono spazzate.

Tutto ciò fu anche una conseguenza della politica di Roma, oltre che di una guerra scellerata, alle quali si accostarono vecchie ruggini e disegni politico-nazionali risalenti al secolo precedente. Perciò riguardavano eccome l’intero Paese.

Un macigno duro da digerire

Ma a pagare lo scotto furono proprio le genti delle province orientali, quelle più “esposte”, che dopo la Grande Guerra chiusero i “lembi della Patria”.
Fu un macigno difficile da digerire, per chi fu sradicato e perse tutto, ma anche per chi rimase, ritrovandosi improvvisamente orfano.

Scelte dolorose

In quel frangente si dovettero fare delle scelte, indubbiamente dolorose, le famiglie si scissero, le contrade si svuotarono, fu uno stillicidio di partenze. Non servono grandi parole, è sufficiente prendere in mano un registro scolastico di quegli anni per cogliere cosa sia successo; le classi si dimezzavano, quindi si riducevano ulteriormente, per ridursi a poche unità. Finivano amicizie, simpatie o amori, la vita di una comunità.

“Pensate alle vostre città, al vostro quartiere”, sottolinea Cristicchi, ma anche “le voci, i rumori, la gente, le ricette”, sono “luoghi ben precisi, posti come carte d’identità, dicono da dove venite”, dopo però “scende il silenzio, non ci sono più profumi, i luoghi sono senza gente, c’è il vuoto, il silenzio”.

O ancora “immaginate una Napoli senza napoletani, una Firenze senza fiorentini o una Roma senza romani”.

Lo svuotamento

L’artista, mattatore ma anche interprete sensibile, ha individuato ciò che sovente si sorvola e non si affronta: lo svuotamento, che, come l’urto di un maremoto, aveva lasciato rovine e squallore.

Quante pagine di storia sono state scritte? Tante, forse anche troppe, di ogni genere. Ma è stata la cultura ad avvicinare al pubblico più vasto quella sciagura: la letteratura, la musica e ora anche una rappresentazione teatrale, pensata con il cuore, ma al tempo stesso rigorosa nel racconto dei fatti.

Le cose chiamate con il loro vero nome

La narrazione è immediata, le cose vengono chiamate con il loro nome, non vi sono omissioni. Si rammenta la fine della Grande Guerra e il compimento dell’unità nazionale, al tempo stesso non si tace sulla malasorte toccata a sloveni e croati durante il ventennio, che sfaldò il delicato equilibrio etnico, o le efferatezze compiute dal regio esercito e dalle camicie nere nel corso del secondo conflitto mondiale.

Si arriva alla firma dell’armistizio dell’8 settembre, alla dissoluzione istituzionale e militare dello Stato, che alimentò le vendette e fece emergere i vecchi rancori.

A poco a poco affiorano le pagine dimenticate di quella che definisce l’“Atlantide sprofondata”.

Vittime ed eroi, i monfalconesi, Goli…

Si ricordano le foibe, la carneficina di Vergarolla, la figura del chirurgo Geppino Micheletti che, pur avendo perso i suoi due figli in quella che doveva essere una tranquilla giornata agostana al mare, continuò a prestare la sua opera di soccorso, l’esodo straziante da Pola, con i chiodi che mancano per formare le casse in cui riporre gli averi che prenderanno il mare, il “Toscana”, la cui sirena “sembra il lamento di un capodoglio”, la dura realtà dei campi profughi, la piccola Marinella morta assiderata a un anno d’età nella gelida Padriciano, la difficoltà dell’inserimento nell’Italia ancora pesantemente provata, la nostalgia per la terra natia abbandonata, che si conclude con più di un suicidio, e ancora il controesodo dei monfalconesi e Goli otok, che abbrutiva i malcapitati.

Isole di un mondo che scompare

I silenzi. Infine il riferimento anche a noi, che l’ondata non ci ha portato via, per lungo tempo marchiati a fuoco, con le case dei nostri cari che divennero “isole per coltivare un mondo che scompare”. La nostra storia è, finalmente, uscita dal magazzino, per troppi decenni riposta in uno sgabuzzino come una cianfrusaglia. La rappresentazione è arrivata anche in Istria. Un “foresto” è venuto da noi a proporci il racconto della nostra gente. E ci siamo commossi.

Le masserizie accatastate nel Porto vecchio di Trieste sono il simbolo dell’amnesia e al tempo stesso rimandano alla più grande tragedia d’Italia, ma occultata e obliterata. L’archivista Persichetti è l’emblema dell’italiano medio che nulla sa, che ignora, che si trova spaesato, impacciato nell’uso dei toponimi, che considera una “terra incognita” ciò che si trova “di là”.

Ha ridato dignità ai dimenticati

Accanto ai quadretti comici che strappano inevitabilmente il sorriso, la narrazione, accompagnata da momenti musicali, parla di una civiltà perduta, di quel pezzo d’Italia estirpato, tuttavia ancora presente nell’architettura, nelle chiese, nelle pietre e in chi tuttora parla, pensa, sogna e s’illude nella lingua in cui scriviamo queste righe. Sono uno storico e sono avvezzo alle ricostruzioni aride del passato; la presentazione di Cristicchi, però, ha ridato dignità a chi è stato dimenticato e l’ha permeata di sentimento.

Non succede spesso, ma a Pirano sono stato attraversato dalle emozioni.

Kristjan Knez

L’Atlantide sommersa esce dal magazzino
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