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L’arte va capita guardando, interiorizzando, filtrando con gli strumenti di cui ciascuno dispone. Se il gesto è immediato, tutto ciò che lo circonda è frutto del talento ma anche dello studio ed applicazione. Riflessioni che emergono anche da questa seconda esposizione, inaugurata l’altra sera, dedicata al fiumano Mauro Stipanov ed al polese Guido Stocco, nell’ambito del ciclo “Paesaggi”, ideato da Renzo Grigolon, Consigliere dellʼUniversità Popolare di Trieste. La felice coincidenza è data dalla disponibilità della nuova sala “Carlo Sbisà” che l’UPT sta gestendo nel cuore della città di Trieste per rendere visibili i contenuti di un’attività “antica”. Dall’alto dei suoi cent’anni, l’Ente morale triestino guarda al futuro con spirito nuovo ma ben saldo alle esperienze acquisite. “Mauro e Guido sono degli amici – dichiara il Presidente dell’UPT, Fabrizio Somma – ci legano percorsi pregressi come le conferenze, le gite dopo-corso, le cerimonie e le mostre di Istria Nobilissima. Ciò che ancora mancava era questa occasione d’incontro col pubblico italiano che ora questa sala rende possibile”.
Grigolon ha proposto di abbinare due esperienze, quella pittorica e quella fotografica, nelle quali si riconosce il medesimo slancio nell’interpretare se stessi nel rapporto con il mondo vicino e lontano.
Stipanov si presenta con un ciclo di cieli in un percorso filosofico fatto di lampi di colore e numeri. “Seguendo una strada che passa attraverso esperienze di osservazione ma anche di lettura di lavori come quelli di Massimo Severini”. La sperimentazione è sempre stata per Stipanov un richiamo, la sfida con se stesso, come nei numeri che compongono le cornici dei suoi quadri o si conquistano una posizione di spicco in mezzo all’opera. Che cos’è l’arte oggi? Sembra chiedersi l’autore. “Forse sta finendo – spiega senza mezzi termini – lo vedo nel rapporto con i giovani che studiano all’Accademia dove insegno. La velocità dei mezzi a disposizione, la possibilità di scaricare una foto sul cellulare e dipingere nel mondo virtuale, sconvolge i criteri di valutazione, segna il declino di un’arte intesa in modo classico” svelando un ritorno alle pitture rupestri, non necessariamente un’involuzione ma è certo che viviamo all’interno di un cambiamento epocale di cui non abbiamo l’esatta e completa dimensione ma che ci circonda, ci sovrasta e ci confonde.
Un vuoto cosmico che si fa strada nell’animo umano, così in Stipanov ma anche negli scatti in bianco e nero di Stocco. “Vado alla ricerca – racconta – di luoghi che mi assomiglino, chiaroscuri di un’identità fatta di solitudine, di luoghi silenziosi dove un particolare, un singolo momento importante, urla la condizione generale. Un vagare, dentro le cose che siamo noi”.
Anche questa seconda mostra – dopo quella di – Ugussi e Giuricin – è stata curata da Francesca Martinelli, che ha presentato con passione i due artisti contemporanei “che si distinguono per una profonda ricerca stilistica e di contenuto – afferma -. I paesaggi di Mauro Stipanov, vibranti stesure monocrome ci portano oltre la tela e dentro essa, fra cornici antiche e cifrari magici in dialogo diretto con gli scatti di Guido Stocco dove, interni di luoghi abbandonati, sono animati solo dal silenzio e ci parlano di chi non cʼè più. Stipanov e Stocco – spiega Martinelli – hanno scelto di comunicare “suggerendo”: entrambi non amano proclamare verità assolute ma, lasciando spazio allʼimmaginazione dello spettatore, usano sottili corrispondenze simboliche. Ambedue consci che lʼarte da cavalletto potrebbe risultare sterile e anacronistico esercizio, puntano sul messaggio, sulla riflessione, sul contenuto”.
Così Stipanov arricchisce e contamina la sua opera di riferimenti letterari e filosofici, mentre Stocco punta su una poetica che tende a liberare emozioni, dove lo scatto non è un fotogramma isolato, bensì diventa parte integrante di un pensiero, di un percorso non casuale. Il primo usa un linguaggio pittorico complesso e carico di rimandi misticoalchemici, mentre il secondo rovescia sulle pareti squarci di vita in bianco e nero fra isolamento e vuoto interiore. Due poeti dellʼanima insomma, pieni di vitalità e struggimento, ma che non lasciano nulla allʼapprossimazione.
E non finisce qui. La mostra rimane aperta fino al 9 maggio, da lunedì a sabato con orario dalle 16.30 alle 19.30 e domenica dalla 10 alle 12, ed altre iniziative si stanno approssimando, altri autori da accostare e presentare ad un pubblico triestino che non ha ancora colto l’importanza del “piatto ghiotto” offerto in questa galleria di nuova apertura. Mentre gli ospiti continuano ad intrattenersi con gli artisti e gli organizzatori, qualche frase buttata lì non per caso, svela i contorni di un progetto che vuole crescere. Far migrare alcuni autori anche al Revoltella, perché no! Una considerazione che suona come un deja vu per i tanti che seguono da anni l’evoluzione degli autori del gruppo nazionale italiano. E perché no, è la risposta, sarebbe ora, sarebbe veramente ora…

Rosanna Turcinovich Giuricin

da “La Voce del Popolo” di Fiume

L’arte è frutto del talento ma anche dello studio
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