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TRIESTE L’arte contemporanea non consente il solito rapporto artista-spettatore, inteso come fruitore dell’opera. Esige un contatto diretto, un’interazione, anzi una manipolazione da parte del pubblico. Anche le scomposizioni di Picasso sono ormai superate; il pittore spagnolo dipingeva volti in cui le posizioni di occhi, naso e bocca volavano ai quattro lati della tela, proponendo una frammentazione della realtà, un ordine diverso di oggetti e persone. Ora i giovani artisti non dipingono più, usano la tecnologia, immagini, materia e la ricompongono mediante video, che però l’utilizzatore finale, quello spettatore che prima osservava dall’esterno, mette mano all’opera d’arte propostagli e la modifica a suo piacimento, interpretando così una propria realtà.

Matija Debeljuh e Tilen Žbona sono due eminenti rappresentanti del genere. Istriani, di Pola il primo e di Capodistria il secondo, sono entrambi laureati e immersi nel mondo dell’arte e della comunicazione. Le loro opere allestite nella Galleria “Carlo Sbisà” dell’Università Popolare di Trieste, concludono la serie di esposizioni realizzate sotto il titolo “Paesaggi – Istria, Fiume, Dalmazia e Montenegro – Colore luce, colore pigmento”, un progetto di Renzo Grigolon che, nel presentare la rassegna, ha ricordato “quanto sia difficile a Trieste poter vedere lavori contemporanei così interessanti e a così alto livello. I due artisti proposti – ha assicurato – sono un buon gradino al di sopra della media”. Francesca Martinelli, che ha curato l’allestimento, ha spiegato a un pubblico attento e curioso cosa voglia dire essere dei video-artisti, cosa significhi fare video-istallazioni attraverso film sperimentali, la decodificazione cioè del reale e del circostante, assicurando che dietro al lavoro dei due ci sia una solida ricerca, sincera e onesta, accanto a uno studio scientifico, matematico e tecnologico altrettanto profondo. Si tratta insomma di due intellettuali preparati.
Al momento della sua nascita negli anni Sessanta dello scorso secolo, la video-arte si è proposta l’obiettivo di dematerializzare l’oggetto artistico, senza spazio ma nel tempo, mettendo in discussione il modo classico di osservare le opere d’arte. Si tratta di introdurre le immagini e il rumore, che altrettanto fanno parte di ciò che ci circonda.
La Martinelli ha illustrato il mondo poetico di Matija Debeljuh, che attraverso “frame” ovvero frammenti di immagini, racconta le storie dell’uomo e dell’ambiente, della necessità e della dissoluzione di uno e dell’altro. Come nel caso di Zenica, città natale della madre, in cui la fabbrica d’acciaio, la ferriera, dà da vivere a migliaia di operai e nel contempo ne distrugge l’ambiente e la vita. Non a caso l’artista usa uno speciale vetro oscurante nelle riprese, proprio per trasmettere il senso di questa contaminazione. Solo apparentemente in maniera più fredda e sintetica Tilen Žbona propone relitti di ferro, pezzi di automobili di lusso bruciate, che vogliono essere una denuncia sociale, per il perverso meccanismo autoalimentato dai flussi finanziari e assicurativi che si portano dietro. Le sue opere propongono inoltre un’immagine proiettata che si ingrandisce con il rumore circostante e una telecamera che riprende un puzzle di “codici”, che ognuno può sistemare come vuole, costruendo una propria “realtà”.
Hanno presenziato all’inaugurazione Fabrizio Somma, presidente dell’UPT, e importanti esponenti dell’arte espositiva triestina. La mostra rimarrà aperta fino al 13 luglio in via Torrebianca 22 a Trieste, dal lunedì al sabato (16.30-19.30) e domenica e festivi (10.30-12.30).

Rossana Poletti

da “La Voce del Popolo” di Fiume

L’arte contemporanea… sorretta dalla tecnologia
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