C’è ancora qualcosa del Mondiale del 1982 in Spagna che non è stato detto? Chi non si ricorda l’urlo di Tardelli, un’esultanza da antologia, o la felicità del presidente Sandro Pertini in tribuna d’onore? Avere uno dei protagonisti di quella splendida avventura a portata di microfono è un’occasione buona, se non altro, per rinfrescarci la memoria e rivivere quei momenti di passione. A Rovigno, prima della cerimonia di conferimento dei premi agli Sportivi dell’anno della CNI, ci siamo trovati assieme a Giancarlo Antognoni, invitato come ospite d’onore, ma anche a Bruno Pizzul, testimone a sua volta del grande successo azzurro. È stato proprio Pizzul, come persona informata, e molto bene, dei fatti, a sollecitare Antognoni a raccontare lo stato d’animo con cui la nazionale allenata da Enzo Bearzot era riuscita nell’impresa di conquistare la Coppa del Mondo. “La prima fase di quel Mondiale – ricorda Pizzul –, era iniziata male, con tre pareggi, anche se poi si è conclusa trionfalmente. Anche nelle partite di preparazione non è che la nazionale avesse suscitato grande attenzione. I giornalisti della carta stampata hanno puntato molto sull’astio, sul rancore, molto oltre quella che può essere una legittima critica di carattere sportivo”.

SILENZIO STAMPA Si entrava nei rapporti strettamente personali, al che Bearzot rispose con il silenzio stampa (prima storica volta), affidando al capitano Dino Zoff il compito di comunicare con l’esterno. Pizzul ha ricordato che in quel caso furono cacciati anche i dirigenti federali. Questa nazionale chiusa a riccio Antognoni la ricorda ancora bene: “Ci siamo raccolti intorno a due giocatori in particolare, a cui abbiamo dato la nostra solidarietà. Mi riferisco a due compagni indiziati, a livello di gossip. Paolo Rossi e Antonio Cabrini stavano insieme in stanza e ne sono nate varie storie”. Pizzul è poi intervenuto: “E tu con chi dormivi? Di te e di Ciccio Graziani non si è mai parlato in questo senso”.
“Scherzi a parte – racconta Antognoni –, da lì è nata la grande compattezza dello spogliatoio. Non era solo quello. Le critiche sono arrivate anche perché giocavamo male. Ci siamo qualificati con tre punti in tre partite, rischiando grosso con il Camerun, quando terminò 1-1. Se avessimo perso quella partita ce ne saremmo tornati a casa”.

BEARZOT UN SECONDO PADRE “Per me Bearzot è stato come un secondo padre, andando contro tutto e tutti facendomi giocare per dieci anni da titolare con il numero 10. Tra l’altro, è anche il record di permanenza di un numero 10 con la maglia azzurra, l’unico record che ho. Non ne ho altri, ma a questo ci tengo in modo speciale. Bearzot, pur andando controcorrente, mi ha sempre sostenuto”.

LA BANDIERA NON SVENTOLA PIÙ Antognoni, vent’anni dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, continua a vivere il mondo del calcio lavorando nell’ambito della Federcalcio e seguendo le selezioni giovanili. “Mi osservano probabilmente come un personaggio d’altri tempi”, commenta l’ex numero dieci viola, ricordando quanto sia importante mantenere un comportamento lineare per essere d’esempio alle giovani generazioni. L’attaccamento ai colori della propria squadra è un discorso che riguarda ormai pochi, pochissimi giocatori. La Serie A in questo momento offre ai nostalgici, ai romantici, le figure di Del Piero, Totti e Zanetti, quelli che in un certo senso somigliano a Giancarlo Antognoni, rappresentante di un altro calcio, quello in cui c’erano le bandiere in ogni squadra. “Forse con la tattica – confessa Antognoni –, abbiamo un po’ esagerato, ma se si dovesse tornare a giocare in quel modo, chissà, ci potrebbe essere qualche risultato in più”. A proposito del giocatore-simbolo di un club, specie in estinzione, precisa: “Ai miei tempi c’erano meno soldi. Oggi sono tante le tentazioni e non posso condannare quelli che decidono di cambiare maglia. La fedeltà è una cosa bella, ma la bandiera tende a scomparire, non sventola più. Ci sono delle offerte che inevitabilmente inducono un calciatore a cambiare squadra. Si perde una figura, ma il calcio rimane bello. Lo è stato cinquant’anni fa e lo è ancora adesso”.

Lucio Vidotto

La parola a Giancarlo Antognoni
0.00(0 votes)

Post by admin

Related post

Comment(0)