IMG_0679

Non si può morire a quarant’anni per un’esecuzione. La parola che aleggia nella sala Sbisà di via Torre Bianca è proprio questa: esecuzione. Si parla di William Klinger con il dolore e l’incredulità di aver perso in modo tragico ed assurdo una delle menti più belle del panorama dei giovani storici del territorio. L’intelligenza umana quasi rifiuta di credere che solo la sua morte abbia fatto emergere nel giusto modo il valore della sua ricerca, la profondità del suo pensiero. Comunque, parafrasando Enrico Morovich “Non era bene morire”, non adesso, con tanta carne al fuoco. O proprio per questo? Si chiede l’avvocato Paolo Sardos Albertini, invitato dall’UPT a chiudere con la sua conferenza il ciclo di incontri curati da Pierluigi Sabatti e Massimiliano Rovatti, che riprenderanno in autunno. E ad annunciare, da questa sede, l’uscita con i quotidiani della regione FVG (a 12 euro), della ristampa del libro di Klinger “L’OZNA – Terrore del Popolo”. Storia del servizio segreto di Tito, della sua nascita ed evoluzione. Il libro è un tassello della tragica fine dello storico fiumano: la storia è lunga, contorta, ma permette di tracciare una retta, vediamo come.

“William Klinger era un fiumano – racconta Sardos – che viveva a Gradisca, dove svolgeva, per vivere, un’attività tutt’altro che scientifica, casellante dell’autostrada. L’ho conosciuto nei primi anni Ottanta tramite il comune amico medico fiumano Fulvio Varljen. Gestiva perfettamente, con grande padronanza, otto lingue, di cui non menava vanto. Era mosso da una curiosità notevole, fondamentale per uno storico. L’elenco di cose che ha pubblicato, riempie due fitte pagine”. In questa lista anche articoli sulla Foca monaca dell’Adriatico nel 2010 o le Catture di squali nel Quarnero a cavallo tra Ottocento e Novecento, che confermano la sua poliedricità. E poi infinite ricerche sulla sua Fiume.
“Mi mancano le nostre infinite discussioni – rivela Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale –, che hanno scardinato le certezze acquisite e mi hanno fatto capire il fenomeno di Foibe ed Esodo proprio attraverso l’analisi del testo su Tito, dove scompone la sua figura ed il suo ruolo e ne delinea la grandezza come rivoluzionario”. Non teme reazioni del mondo dell’esodo per queste sue affermazioni?, gli chiede Sabatti. “Non credo, ormai si tratta di questioni acquisite: certo qualcuno si risentirà, ma ormai la strada della conoscenza è aperta”. Come, qual è il Klingerpensiero? Tito, in una terra composita all’inizio dovrà guadagnarsi la direzione dei partiti comunisti molto diversi tra loro già alla nascita; riesce con l’investitura di Stalin ad averne il controllo con la metodologia del divide et impera. Un metodo antico di romana memoria, usato con efficacia anche dagli Asburgo. Tito sceglie di puntare ad uno Stato che vada al di là dei suoi confini naturali, una sorta di impero comunista dei Balcani. La Grecia diventerà il vero punto di contrasto tra Tito e Stalin. Tito vuole continuare la rivoluzione greca dimostrandosi più rivoluzionario e a sinistra di Stalin stesso, che lo contrasta. Si arriva alla rottura. Ora Tito è libero di muoversi senza l’Armata Rossa e nel perseguire il suo piano sarà spietato, usando tutti gli strumenti del caso, il terrore è uno di questi, applicato in modo scientifico. Se condanni un colpevole hai fatto giustizia, se condanni un innocente, semini il panico. Ecco perché nelle foibe è finita tanta gente senza alcuna colpa se non quella – ma sarebbe più giusto chiamarla sfortuna, fato – di trovarsi sulla sua strada.
Tito è stato un rivoluzionario, l’unico dopo Lenin a realizzare una rivoluzione comunista in Europa. Porta il suo partito alla guida di uno Stato e lo fa a suo modo: non era un ideologo, non era un trascinatore di folle ma era un organizzatore micidiale che privilegiava la clandestinità dell’azione costruendo potere. Crea un proprio sistema di servizi svincolato dal KGB, e a quel punto è fatta. “Tutto ciò mi ha permesso di inquadrare la vicenda di Foibe ed Esodo. Per molto tempo abbiamo avuto difficoltà a parlarne, ci sono stati decenni di rigoroso silenzio, poi si volle liquidare tutto con la tesi di un brutale scontro di etnie. A parità di numeri, nelle foibe e fosse comuni sono finiti italiani, croati e sloveni. Nell’esodo ha inciso molto la contrapposizione religiosa, una chiesa italiana sarebbe stata un ostacolo all’ideologia profondamente atea di Tito, andava eliminata. Klinger mi ha aiutato ad inquadrare molto bene la vicenda”. Questo vuoto, lasciato dalla prematura scomparsa di William, va colmato. Come? “Tra qualche giorno – anticipa Sardos – usciremo con gli atti di un convegno sul 45-54 e la paura che Tito ritornasse a Trieste. Klinger e Ivan Buttignon hanno trovato i documenti del settembre ’46 che confermano la volontà di riprendersi Trieste. Se tornano i titini era una domanda reale. L’entusiasmo che si vede nelle foto del ‘54 era anche dovuto alla consapevolezza che si stava uscendo da questa fase, dallo scampato pericolo. Ecco cosa mi ha fatto capire Klinger: Tito non ce l’aveva con noi in quanto italiani, stava perseguendo un suo fine. Mi piace ricordare che Mao diceva: la rivoluzione non è un pranzo di gala. Aveva ragione. Non ci consola, ma aiuta a capire la vicenda. Poi cambia strategia: compie dei passi importanti in politica estera, creando il Movimento dei Paesi non allineati, strategico, nel ‘75 Tito era inserito nei piani di difesa della NATO”.
Nel libro si scopre che l’ascesa di Tito è legata proprio alle sue incredibili capacità organizzative; venne incaricato di riportare a casa dalla Spagna i combattenti che si trovavano in un campo di Lione. Riuscì nell’impresa, ma fece anche di più, istruì un bel gruppo che venne inviato in America con il compito di entrare nel sindacato dei portuali di New York, una potenza. Un passaggio che a William mancava, voleva capire che cosa fosse successo di questa gente, come avevano operato, quale ruolo avevano avuto nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Jugoslavia di Tito.
E arriviamo alla conclusione del Sardospensiero, alla parola “esecuzione”: Klinger è stato assassinato in un “Parco di New York, con due colpi di pistola alla nuca. Un omicidio che sembra portare una firma. L’omicida era andato con lui al ristorante. William s’era messo in tasca lo scontrino del pranzo e da quello la polizia è risalita a Bonich, che si era già liberato della pistola, convinto di farla franca”.

E aggiunge altre due connotazioni contenute in un altro volume, che Klinger ha scritto con un giornalista croato e che verrà tradotto a breve. “Ero sempre convinto che Tito, nome di battaglia, fosse un acronimo, invece è il nome di una pistola pesante, su altri documenti si firmava Walter con il nome di una pistola più leggera. Klinger è stato ucciso con un pistolone: solo una coincidenza?”

Rosanna Turcinovich Giuricin

da “La Voce del Popolo” di Fiume

Klinger giustiziato con un pistolone di nome Tito?
0.00(0 votes)
Comment(0)