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Arrivati in prossimità dell’Isola Calva, si capisce subito da dove nasce il suo nome. Il suo aspetto non mente: una piccola isola rocciosa (appena 4,53 km² per 230 metri d’altezza) plasmata nei secoli dalla bora che qui, nel canale della Morlacca, è la regina incontrastata, madre padrona che ha accompagnato da lontana memoria le travagliate vicissitudini che si sono alterante in questo specchio d’acqua del mare Adriatico. Un pugno di pietre bianche corrose dal sole e dalla salsedine dove la vegetazione appare a macchie. Trovare uno spicchio d’ombra è impresa ardua, come centrare un terno al lotto. L’isola è oggi tristemente famosa quale sede, nel secondo dopoguerra, di un penitenziario destinato a ospitare gli oppositori al regime di Tito in quella che fu la Jugoslavia. Tra questi centinaia di italiani, dei quali decine e decine hanno lasciato la propria vita in questo luogo, ed è proprio in memoria di queste e di tutte le altre vittime dell’epoca titina che si sono riuniti ieri i rappresentanti delle dodici ambasciate che hanno detto sì all’invito dell’associazione “Goli Otok” e ieri hanno fatto tappa sull’isola dando il loro sostegno affinché questa diventi un Centro memoriale. Presenti all’evento anche i massimi vertici dell’Unione Italiana e dell’UPT.

Aprire il dialogo con le istituzioni

L’importanza della conservazione della memoria è stato il leitmotiv della visita di ieri all’isola. Darko Bavoljak, presidente dell’associazione “Goli Otok”, ci ha raccontato come è nata l’idea di questa iniziativa. “Nel mese di gennaio abbiamo ricevuto la richiesta da parte di diverse ambasciate di organizzare un tour per conoscere l’Isola Calva. Purtroppo la giornata che avevamo scelto è stata dominata dalla bora e abbiamo dovuto rimandare la partenza. Abbiamo avuto poi l’idea di invitare l’intero corpo diplomatico straniero presente in Croazia e a risponderci affermativamente sono state dodici ambasciate presenti qui oggi, tra le quali quella americana, russa, italiana, svedese, giapponese e canadese”, ci ha detto Bavoljak, sottolineando che l’obiettivo dell’associazione, grazie anche a iniziative come quella di ieri, è quello di aprire il dialogo con le istituzioni nazionali preposte in modo da riuscire a dare vita sull’isola a un Centro memoriale, da anni rinchiuso nei cassetti dei palazzi della politica zagabresi. “Come prima cosa bisognerebbe rinnovare quattro edifici, all’interno dei quali allestire un museo e punti del ricordo che servano a raccontare e fare ricordare ciò che è successo su quest’isola subito dopo la Seconda guerra mondiale”, ha concluso.

Ad accogliere la folta delegazione sono stati la vicepresidente della Regione litoraneo-montana, Marina Medarić e i sindaci di Arbe e Lopar, rispettivamente Nikola Grgorić e Alen Andreškić, i quali hanno invitato i partecipanti a promuovere l’iniziativa e sostenere i loro forzi nel “trasformare” l’isola in monumento della memoria.

Costruire un futuro migliore

Tra i presenti anche l’ambasciatore italiano a Zagabria, sua eccellenza Emanuela d’Alessandro, il presidente dell’Unione Italiana nonché deputato al Sabor, Furio Radin, il presidente della Giunta Esecutiva, Maurizio Tremul, e il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma. Tutti hanno voluto ribadire che la storia non deve essere dimenticata, ma anzi, deve essere la base per costruire un futuro di pace e convivenza tra i popoli. “Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”, scriveva José Saramago. Parole che riassumono perfettamente il pensiero dei nostri interlocutori. “È la prima volta che sono qui. Avevo letto molto sull’argomento, ricordo il libro di Scotti, di Pansa, mi sono informata su molti giornali tra i quali anche La Voce del Popolo. Ci tenevo a vederla e toccarla con mano. È impressionante il primo approccio, come è impressionante vedere la presenza di turisti che non mi aspettavo di trovare (molti tra i presenti sono rimasti stupiti dal vedere turisti con asciugamani sdraiati sulle rocce dell’isola, ndr.). Ritengo che un posto del genere debba essere un luogo da riservare alla memoria di tutti quelli che sono passati da qui, che hanno sofferto e vissuto situazioni per noi inimmaginabili. Se si riuscisse a dare vita a una fondazione, a un centro che possa preservare questo luogo, penso che sarebbe una decisone assolutamente da condividere e sostenere”, ha detto l’ambasciatore italiano.
Il presidente della Giunta Esecutiva dell’UI ha voluto ricordare l’ingiustizia che ha colpito migliaia di persone, tra le quali anche molti italiani. “Sull’Isola Calva sono finiti tanti connazionali per motivi ideologici, portati tutti ingiustamente in un lager che mai sarebbe dovuto esistere. Ringrazio Furio Radin, uno dei promotori di questo viaggio, per avermi invitato qui oggi con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale e internazionale, sulla necessità di proclamare l’isola ‘monumento nazionale’ che ricordi le violenze, le sofferenze, create qui che come ci racconta Ligio Zanini in Martin Muma (la versione slovena uscirà a breve per opera dell’Unione Italiana grazie al progetto Jezik Lingua, ndr.), proponeva un meccanismo talmente perverso nel quale le vittime diventavano in qualche maniera carnefici, diventando carnefici di altre vittime, arrivando a creare un senso di colpa per quello che si faceva. Si doveva mortificare gli altri carcerati per cercare di sopravvivere. Un meccanismo psicologico perverso che ha lasciato delle tracce indelebili sulla psicologia delle persone. Per questo motivo è giusto che venga ricordato questo luogo, questo campo di concertamento, affinché cose simili non abbiano a ripetersi, ed è giusto che la Croazia lo proclami monumento nazionale”.

Il ricordo è un obbligo morale

Il presidente dell’UPT Fabrizio Somma si è trovato per la prima volta sull’isola. “Un’atmosfera incredibile, difficilmente descrivibile. Arrivare su quest’isola e immaginarsi quello che hanno passato le persone che qui sono state rinchiuse per anni, mette i brividi. È di per sé già difficile immaginare la vita vissuta solo nel rapporto tra un uomo e la pietra. Penso che sia un obbligo morale di tutti, non soltanto di un’autorità o un’altra. Così come l’olocausto o altri crimini contro l’umanità, anche questo luogo non deve essere dimenticato, bisogna ricordare, vi è l’obbligo morale del ricordo affinché crimini simili non avvengano in futuro. Le autorità competenti devono assumersi le proprie responsabilità affinché l’Isola Calva diventi punto di ricordo e che, visto anche alcuni ambienti inseriti in questo contesto, non scada il tutto nella banalizzazione di una località turistica che rischia di offendere il dolore e il sacrificio vissuto dalle persone che sono state qui rinchiuse”.

Non banalizzare ciò è successo

Sulla questione turismo-centro memoriale è intervenuto anche l’onorevole Furio Radin: “Bisogna conciliare bene turismo e memoria, non si può rischiare di trovare fra qualche anno solo turismo e niente memoria. Qui ci sono state migliaia di persone, sono stati commessi crimini abominevoli, si tende a banalizzarli non occupandosi di questo problema. Arrivato qui dopo dieci anni, durante i quali mi sono occupato della tematica assieme all’associazione, capisco quanto la legge sia urgente (legge sul centro memoriale, ndr.) e capisco perché non la vogliano fare; perché ci sono degli interessi economici, nessuno vuole prendersi la responsabilità di questi centri della memoria. Vi è il rischio che il turismo si mangi, digerisca ed espella la storia terrificante di quest’isola. È una storia simile a quella delle foibe. Nessuno qui in Croazia vuole lasciare un segno sulle foibe. Quando ne ho parlato, attorno a me ho trovato soltanto silenzio, perché tutti i politici vanno a rendere omaggio alle vittime della Seconda guerra mondiale, indipendentemente dalla parte, senza ricordare mai le persone che sono finite nelle foibe? Anche su questo tema c’è un’omertà molto forte. Anche qui c’è un modo sofisticato per risolvere il problema e cioè quello di banalizzarlo. Se non si farà il centro memoriale nell’arco di un paio di anni, ho paura che non lo si faccia mai”, è il parere del rappresentante della CNI al parlamento croato. Presenti anche alcuni dei protagonisti che hanno vissuto in prima persona l’isola Calva all’epoca del regime comunista. Radovan Hrast, primo in assoluto a mettere piede sull’isola sulla quale è rimasto per diversi anni, e Pavo Ravlić, anch’egli uno degli ultimi detenuti ancora in vita, hanno ricordato brevemente le loro esperienze. Incoraggianti e da sottolineare sono state le parole di Hrast: “Ho 85 anni, solo grazie al perdono e alla tolleranza sono riuscito ad accantonare, ma mai dimenticare, gli anni passati sull’isola”. Tolleranza e perdono, suoni quanto mai necessari nelle orecchie del mondo moderno.

Marin Rogić

foto di Goran Žiković

da “La Voce del Popolo” di Fiume

Importante ricordare affinché i crimini non si ripetano
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