EchiIl volume “Echi e Tuoni della Serenissima” di Massimo Favento fa parte del progetto di ricerca e bibliografia musicale intitolato: “Profili Musicali”, riguardante artisti poco noti o dimenticati.
La prima edizione di tale progetto è uscita sotto l’egida dell’Università Popolare di Trieste con un corposo volume su Eugenio Visnovitz, pure curato dal Maestro Massimo Favento.
Il progetto non si limita alla sola ricerca bibliografica ma si occupa attivamente anche della parte concertistica attraverso il Gruppo Strumentale “Lumen Harmonicum” che ha dato vita al Progetto Sonora.
Massimo Favento, protagonista di progetti musicali e culturali,
violoncellista, ha un curriculum artistico importante e ricco di concerti in Italia ed all’estero, tuttavia, tra i molteplici impegni musicali, trova il tempo di dedicarsi alla ricerca storica, sempre documentatissima come già abbiamo visto con il libro su Eugenio Visnovitz.
Anche questo libro è il risultato di un lavoro impegnativo sia per la ricerca bibliografica svolta nei vati archivi della regione che per la preparazione delle esecuzioni musicali. Infatti, il testo è corredato da un bel CD con le musiche dell’autore protagonista del libro, eseguite da Daniele Porcile al flauto, Sinead Nava al violino, Marco Favento, violino, Massimo Favento al violoncello, con l’accompagnamento della voce recitante di Adriano Giraldi.
In questo libro, molto elegante nella sua veste editoriale, l’autore ha accentrato la propria attenzione sulla figura poco nota di Giuseppe Cervellini (1744–1824), che fu attivo anche nella regione Friuli Venezia Giulia.
Giuseppe Cervellini ebbe una via turbolenta, sicuramente condizionata dall’epoca in cui è vissuto, basta guardare infatti le date di nascita e di morte per rendersi conto che ha attraversato un periodo cruciale della storia europea, cioè da un lato il declino inesorabile e neppure tanto lento della Repubblica di Venezia sino alla sua definitiva caduta nel 1797 e
dall’altro, l’epoca napoleonica.

Il “tremendo zorno del dodese”

Il libro inizia appunto la narrazione dalla caduta della Serenissima, con il capitolo intitolato “ Il tremendo zorno del dodese”, cioè la giornata in cui la Repubblica cessa di esistere con grande costernazione e disperazione di tanti suoi fedelissimi e non solo a Venezia, perché sappiamo che ciò avvenne pure in Dalmazia e nell’attuale Montenegro, dove la terribile notizia culminò con il famoso giuramento di Perasto e il seppellimento della bandiera di San Marco. La bandiera è tuttora occultata sotto l’altare della chiesa di Perasto.
Anche Cervellini si sentì sicuramente disorientato in quei momenti, solo due anni prima aveva portato in scena a Venezia l’ “Ines di Castro” – un pasticcio musicale secondo la definizione specifica – scritto in collaborazione con Francesco Bianchi, Sebastiano Nasolini e Ignazio Gerace. Ne era interprete Elizabeth Billington, una delle ultime primedonne del teatro settecentesco, famosa ed apprezzata.

Irrequieto, irrispettoso, difficile …

L’Abate Giuseppe Cervellini fu sempre un irrequieto dal carattere difficile, poco rispettoso delle formalità e delle convenienze.
Era poeta improvvisato quando serviva, teatrante, organista, violinista, maestro di musica, direttore d’orchestra o maestro di cappella.
Musicalmente, faceva riferimento al suo riverito maestro G.B. Martini, personaggio di rilievo nella storia della musica, nel quale confidava e dal quale attingeva consigli e sicuramente anche la lezione di Haydn gli fu preziosa. Aveva messo a frutto le sue numerose doti e, nel suo vagolare tra l’Italia e l’Austria, aveva ottenuto un risultato importante per il suo curriculum: era riuscito a pubblicare le sue Sei Sonate presso l’editore viennese Artaria, edizioni di grande rilevanza che pubblicavano per Haydn e Beethoven ed erano state fondate da due italiani: Domenico e Giovanni Maria.
E’ possibile che Cervellini abbia incontrato Mozart a Salisburgo, dal momento che vi si recò nel 1776 e poi l’anno dopo. Certo, Salisburgo non era allora una metropoli e probabilmente i musicisti che ruotavano attorno alla corte del principe di Colloredo si conoscevano almeno di nome.
Cervellini era sempre attento nella ricerca di occasioni d’ingaggi presso le famiglie nobiliari comunque di alto livello, aveva saputo muoversi in tal senso anche nell’ambito della Serenissima, prima della sua caduta.
Sapeva adattarsi musicalmente alla mutevolezza dei gusti, alle tendenze in voga, e le sue composizioni non mancano di una certa spontaneità e vivacità.

Inseguendo la sicurezza economica

Le ricerche biografiche su questo personaggio non sono state semplici, a cominciare dai dati anagrafici, ma sembra che sia stato originario di Noventa di Piave, quindi veneto, figlio del musicista Giovanni Battista Cervellini.
Non abbiamo notizie dei suoi anni giovanili, ma si sa che nel 1763 era a Cividale con l’incarico di organista, giurando fedeltà ed obbedienza al Capitolo, cioè alle autorità ecclesiastiche. Nella realtà, Cervellini ambiva soprattutto alla sicurezza economica, ed i suoi rapporti con il clero erano spesso di aperto contrasto perché aveva un temperamento ribelle, non era costante nelle sue incombenze, praticamente voleva fare quello che voleva ed essere pagato sempre di più.
I contrasti non si sopiscono mai, anzi andarono ad aumentare nel corso degli anni e della sua carriera, sino ad essere oggetto di rimproveri anche da parte di alte autorità religiose.

Una sua opera anche a Capodistria

Nonostante le baruffe, riuscì a comporre e a lasciare nell’Archivio Capitolare di Cividale un Mottetto Angelicae Mentis sit tuba sonora per soprano ed orchestra (corni ed archi) giunto in manoscritto. Ci sono altre sue probabili composizioni presenti in altri archivi friulani: una Messa a tre voci a Spilimbergo, un’altra Messa ed altre composizioni che però forse sono state compiute dal padre Giovanni Battista.
Anche nel Duomo di Capodistria si trova un Dixit Dominus a tre voci.
Cervellini era un assenteista impenitente; accettando l’incarico a Cividale aveva obblighi quotidiani di servizio musicale in chiesa e in più quello di obbligo di residenza presso il Capitolo. In realtà faceva i comodi suoi, apprendiamo che nel 1772, ad esempio, rimase a Cividale solo 6 giorni. Le assenze dai suoi doveri, come egli stesso spiega, sono soprattutto dovute alla necessità di farsi conoscere presso famiglie e personaggi importanti ed ottenere con ciò ingaggi.
In anni successivi le assenze furono così sfacciate che una lettera delatoria fu mandata a tale proposito al Doge di Venezia, segnalando le manchevolezze dell’organista.

In giro per accademie, incontri, corti

Quando non stava a Cividale, si spostava per concerti – le cosiddette accademie – o incontri nei circoli altolocati per ottenere qualche esibizione, comporre lavori d’occasione, dedicati a vari nobili, intrecciare relazioni fruttuose. La regione Giulia annoverava numerosi personaggi colti, anche tra la nobiltà del Goriziano e del Friuli dediti alla poesia, alla musica e alla letteratura.
Negli incontri musicali era molto in voga l’uso del flauto traverso, sia tra i musicisti di professione che tra i cosiddetti “dilettanti”, coloro cioè che esercitavano l’arte della musica per proprio diletto e che spesso non avevano nulla da invidiare in quanto a tecnica, ai professionisti.
Giuseppe Cervellini compose una raccolta di Divertimenti a questo scopo, con una dedica al conte Partistagno.
Esiste anche un trattato del vicentino Antonio Lorenzoni, dove sono codificate le doti naturali e fisiche necessarie a suonare il flauto e, dopo quella descrizione, sembrerebbe che ben pochi siano i prescelti adatti a tale strumento.
Alla fine del Settecento, nel 1792, troviamo Cervellini al servizio dell’ultimo re di Polonia, Stanislao Poniatowski, era uno degli ultimi maestri di cappella di quella corte. Non resistette a lungo perché Varsavia stava per cadere in mano dei russi e si combatteva ovunque. Nel luglio del 1793, la Gazzetta Veneta dava notizia del ritorno dell’Abate dalla Polonia.
Le Sei Sonate edite da Artaria a Vienna sono appunto l’opera dedicata al re di Polonia che lo ricompensò con 92 ducati.

Amicizie altolocate e benestanti

Dopo il rientro di patria, Cervellini allacciò rapporti di collaborazione con Venezia, ma siamo ormai alla fine della Serenissima, troviamo il suo nome assieme ai già citati Bianchi e Nasolini nella stesura dell’opera “Ines di Castro”, una lacrimosa vicenda ambientata alla corte di Don Pedro, Infante
del Portogallo. L’opera, soprattutto per l’interpretazione di Elizabeth Billington, ottenne diverse repliche in altre città, sempre con favorevole consenso di pubblico, evidentemente incontrava il gusto del tempo.
Ciò non toglie che, come tante altre produzioni musicali, anche l’ “Ines di Castro” sia finita nell’oblio della storia.
Durante gli anni veneziani, Cervellini compose i Sei Divertimenti a due violini e violoncello per il principe Andrea Erizzo, ricchissimo ed ambizioso mecenate veneziano.
Con la caduta della Serenissima ed il passaggio alla dominazione
asburgica, anche certe abitudini colte vi si adeguano, come ad esempio, il “musizieren”, cioè il fare musica nei salotti nobiliari o dell’alta borghesia.
Il Cervellini vi si trovò subito a suo agio, questo tipo di attività gli dava la possibilità di intrattenere relazioni interessanti, prestigiose e soprattutto proficue.
Sicuramente la prima cerchia di notabili ai quali Cervellini faceva riferimento era quella friulana, più vicina a Cividale, che nelle loro occasioni di svago includevano pure le relazioni tra clero e nobiltà.
Grazie alle sue protezioni, alle relazioni che riesce ad intrecciare, probabilmente c’è un occhio di riguardo nei suoi confronti e le sue manchevolezze sono un po’ tollerate dal clero.
Indubbiamente leggendo i nomi degli ambienti friulani frequentati da Cervellini, troviamo il fior fiore della nobiltà friulana e goriziana, che poi farà parte del gruppo di intellettuali gravitante nell’Accademia Romano–Sonziaca, fondata a Gorizia nel 1780.

Il soggiorno triestino

Agli inizi dell’ ’800 i suoi Divertimenti gli sono stampati da Ricordi, con un elegante frontespizio nel più puro stile neoclassico.
Sempre agli inizi dell’Ottocento il Cervellini è a Trieste, anche lui sicuramente attratto dalle possibilità di sviluppo del nuovo emporio e, in particolare, dalla costruzione del teatro Nuovo nel 1801, che apriva prospettive di lavoro agli artisti.
Già molti musicisti veneti si erano trasferiti a Trieste, qualcuno si era fatto un bel nome, come Giuseppe Scaramelli o Scaramella.
A Trieste, Cervellini trova una vivace partecipazione alla consuetudine del “musizieren”, non solo in teatro, ma anche nei caffè e nelle case private, sia borghesi che nobiliari, come pure nelle residenze dei Napoleonidi, cioè dei francesi esuli a Trieste a Villa Murat, Villa Montfort, dove gli appuntamenti di musica strumentale erano di alto livello.
Villa Murat aveva un suo piccolo teatro privato per commedie, drammi, piccole opere, c’era quindi una costante presenza di artisti. Tra le seconda metà del 700 e il primo 800 si consolidano istituzioni culturali triestine tuttora presenti, come la Società di Minerva, la Biblioteca pubblica, poi Civica.

Genio e capacità di destreggiarsi

In mezzo a tanti cambiamenti anche sociali ed economici, Cervellini si destreggia nell’ambiente artistico, grazie anche all’amicizia che aveva stretto con Giuseppe Scaramella, meglio conosciuto come Scaramelli, tanto che, divenuto questo accademico filarmonico di Bologna, affidò nel 1809 a Cervellini la composizione e la direzione di una Messa da Requiem – mai identificata – in onore di Haydn.
In precedenza nel 1807, Cervellini aveva ottenuto un incarico stabile come organista nella chiesa di S. Antonio nella città nuova, e nella chiesa di S. Pietro, un tempo in piazza Grande.
Sembra che abbia soffiato il posto al piranese Mattia Andruzzi,
probabilmente meno svelto ed abile nel destreggiarsi con la Curia.
Il carattere di Cervellini, opportunista, teso ai suoi interessi, fa sì che affiorino ben presto contrasti per quanto riguardava i compensi alle sue collaborazioni ed alle sue esecuzioni in chiesa. Viene accusato di voler privilegiare le sue composizioni e di eseguire messe corali e altro senza esserne richiesto.
Ad un certo punto il parroco di S. Antonio, don Tognana de Tonnenfeld, è talmente esasperato che chiede il licenziamento dell’organista Cervellini.
All’epoca, aveva un importante concorrente, il friulano Domenico
Rampini, organista nell’ambitissima sede di S. Giusto. Potremmo dire che Giuseppe Cervellini aveva fatto il suo tempo e che non
era facile far fronte a tante sollecitazioni diverse, rapidi mutamenti politici, anche alla grave situazione economica a Trieste in seguito alle occupazioni francesi.

Ancora litigi e manchevolezze

Le cronache si occupano ancora di lui per un litigio con l’avvocato Valentino Mazzorana, intellettuale molto conosciuto a Trieste, di cui ci ha tramandato la memoria il Caprin, era arcade nell’Accademia Romano Sonziaca, cultore di musica, collezionista di violini.
Dalle carte risulta che il Mazzorana imprestò un suo violino di valore a Cervellini e ne aspettava da tempo la restituzione. Sembra che si trattasse di uno Stradivari, in cambio, il Cervellini gli diede un trattato di musicologia, pure di valore ma non certo pari a quello del violino.
Senza dilungarci in particolari, la contesa s’inasprì e non è che Cervellini abbia fatto una bella figura in questa storia, Mazzorana non riebbe il suo violino, probabilmente già venduto nel frattempo da Cervellini.
Negli ultimi anni della sua vita ebbe comunque una buona ispirazione: quella di istituire a Trieste la prima scuola pubblica di musica, avvalendosi del suo curriculum.
Il risultato fu anche buono: nel biennio 1818 -1820, aveva istruito musicalmente, gratuitamente 38 allievi, cosicché continuò ad insegnare con compenso fino al 1824, come risulta dai dati di archivio pazientemente raccolti da Massimo Favento.
Fino all’ultimo fece parlare di sé per il suo carattere prepotente, al tal punto che una Supplica da parte dei cantori di S. Antonio fu inviata al Magistrato Civico, poiché non erano liberi di suonare ed esercitarsi neppure nei giorni in cui non era prevista la presenza di Cervellini.
In conclusione, Cervellini venne deposto dall’incarico dal vescovo
Leonardis, e la faccenda prese una brutta piega perché Cervellini fu invitato a lasciare la città, pena il ricorso al braccio secolare.
Tornò quindi a Cividale chiedendo di essere rimesso nel Capitolo dove finì i suoi giorni. Figura interessante per il periodo storico in cui vive, seguendo i suoi movimenti, si ha anche un specchio di un’epoca turbolenta.
Il libro è particolarmente interessante perché, parallelamente alla storia del Cervellini, spiega la vita degli artisti nel Settecento, la loro necessità di ottenere protezioni e compensi se volevano vivere, esistenze spesso difficili e incerte, in balìa dei cambiamenti politici ed economici che attraversavano tutta Europa.

Marina Petronio

Il turbolento vagolare di un musicista
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