GALLESANO – Se la vitalità della nostra Comunità Nazionale si misura (anche) con la mole delle sue pubblicazioni, allora il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è un faro. La presentazione del 40.esimo volume degli “Atti”, ieri sera, nella sede della CI “Armando Capolicchio” di Gallesano, giunge a coronamento di un periodo particolarmente intenso e fecondo, che ha visto l’uscita dei Quaderni n.o 22, delle Ricerche sociali n.o 58, del Bollettino “La Ricerca”, dello studio sulla questione di Fiume nel diritto internazionale, di Silverio Annibale, del corposo lavoro sulla tradizione liturgica, musicale e religiosa di Rovigno, di David Di Paoli Paulovich, e soprattutto dell’edizione slovena del manuale di storia regionale “Istria nel tempo” licenziato nell’ambito di Maribor – capitale della cultura europea 2012, nell’aprile scorso. Alla serata, in cui è stato promosso anche il n.o 13 della collana “Etnia”, sono intervenute autorità, i membri della redazione, gli autori e un pubblico numerosissimo. L’evento è stato aperto con l’esecuzione di alcuni brani del coro misto della CI, diretto dalla maestra Maria Grazia Crnčić Brajković; in sala due coppie vestite con gli affascinanti abiti della tradizione gallesanese. Alla serata, moderata dalla ricercatrice del CRS Orietta Moscarda Oblak, hanno voluto porgere i loro saluti la giovane presidente del sodalizio Moira Drandić, il presidente del consiglio cittadino di Dignano, Corrado Ghiraldo, la presidente dell’Assemblea dell’UI, Floriana Bassanese Radin, e Ferdinando Parlato, in rappresentanza dell’UPT; tra il pubblico il presidente dell’UI, Furio Radin, e il vicesindaco di Dignano, Sergio Delton.
Prima di parlare degli “Atti” David Di Paoli Paulovich ha ricordato la figura del professor Roberto Starec, etnomusicologo recentemente scomparso, che ha esplorato, riscoperto, studiato e promosso gran parte della tradizione istriana, compresa quella gallesanese. Il vicedirettore del CRS, Marino Budicin, ha invece sottolineato il ritorno dell’istituzione a Gallesano dopo diversi anni di assenza, memori della splendida accoglienza ricevuta in occasione della presentazione del “Vocabolario del dialetto di Galessano d’Istria” di Maria Baldi e Maria Moscarda Budić. Inoltre a Gallesano sono stati dedicati diversi studi, fatti sempre dal CRS, e alla cittadina si riferisce pure un saggio contenuto nel presente volume degli “Atti”. Un volume che continua un discorso culturale scientifico che va avanti da quattro decenni con l’obiettivo di interpretare il passato per capire meglio non solo lo sviluppo storico di una regione che ha un retaggio ricchissimo, ma anche “quale modo specifico per indicare il remoto radicamento della nostra civiltà”, ha dichiarato Budicin. La pubblicazione è stata analizzata e proposta al pubblico in modo esauriente ma allo stesso tempo piacevole e coinvolgente dal professor Fulvio Salimbeni, la cui capacità di sintesi e di cogliere gli aspetti più significativi di un lavoro o di una questione, come pure di contestualizzarla in un ambito più ampio, è bene nota e apprezzata dal pubblico delle nostre Comunità degli Italiani.
Il tredicesimo numero della monografia “Etnia” è stato, infine, introdotto da Nicolò Sponza, che l’ha illustrato esaurientemente.

Le «Memorie»

La sezione “Memorie” comprende undici saggi di autori, collaboratori vecchi e nuovi del CRS. Partendo “dalla notte dei tempi”, come si dice a proposito delle epoche più remote del nostro passato, inaugura le pagine il lavoro di Emmanuel Billia, “Siti paleontologici a ‘Rinoceronte di Merck’, Stephanorhinus Kirchbergensis (Jägaer, 1839) (Mammalia, Perisodactyla), in Istria, Quarnero e Dalmazia”. Passando dalla Preistoria all’antichità, segue “La scoperta dei resti d’una strada romana tra Lavarigo e Gallesano”, di cui ci parla Ivan Milotić, mentre Tin Turković e Ivan Basić illustrano le “Nuove conoscenze sulla Liburnia Tarsaticensis nel contesto dello studio delle fonti geografiche”. Maurizio Levak ci fa fare, invece, un’incursione nel Medioevo, analizzando “Cause e fini della colonizzazione slava dell’Istria in epoca franca alla fine dell’VIII secolo”. La figura e l’opera di un grande capodistriano, il vescovo riformatore Pier Paolo Vergerio il Giovane (1498-1565), sono state studiate a fondo da Slaven Bertoša; sempre in ambito ecclesiastico, ma con un approccio affatto diverso, con un taglio storico-politico, Marino Budicin affronta l’iniziativa di restauro della chiesa matrice di Villanova al Quieto e la colloca nel contesto socio-economico della seconda metà del secolo XVIII. Continuando a esplorare un filone valorizzato qualche anno fa, quello della sanità e delle politiche sanitario-previdenziali, Rino Cigui ci fa scoprire il progetto della costruzione di un Lazzaretto e porto contumaciale nell’Istria del primo Ottocento. Il percorso continua con “La Dalmazia nelle ‘Iskrice’ del Tommaseo”, di Egidio Ivetic, il “Contributo alla conoscenza delle misure adottate nei territori altoadriatici orientali per debellare l’oidio, la peronospora e la fillossera”, di Denis Visintin e “L’Istria Nobilissima di Giuseppe Caprin. Retaggio del passato e patrimonio artistico-culturale della penisola istriana (parte I)”, di Kristjan Knez. Chiude la sezione “Canto patriarchino di tradizione orale; percorsi di crisi e ultime sopravvivenze nella regione adriatica-orientale”, di David Di Paoli Paulovich.

«Fonti documenti»

Il capitolo “Fonti documenti” riporta invece nove contributi. Gaetano Benčić fa cenno alla prima menzione di Umago, “ovvero sull’isola S[…]omaia” nella Tabula Peutingeriana; Tullio Vorano si sofferma su “criminalità e giustizia nei regesti del Volume Criminale del podestà di Albona, Pier Antonio Bembo (1753-1756)”, mentre Moreno Zagato ripercorre le avventure dell’Istria analizzando il processo a Domenico Zannona (1758-1767). Giovanni Radossi prende in esame e dà rilievo a dodici lettere di Felice Glezer, notaio, storico e verseggiatore, preside dell’I.R. Giudizio di Prima Istanza di Rovigno, scritte a Tomaso Luciani (1884-1893), di Albona, tra i principali storici istriani della seconda metà del XIX secolo, collaboratore di Pietro Kandler, nonché di Theodor Mommsen. Molto “estivo” l’intervento di William Klinger, che sta a ricordarci – quasi a mo’ di monito della loro presenza, vista l’imminente stagione dei bagni in mare – le catture di squalo bianco (Carcharodon Carcharias, Linnaeus, 1758) nel Quarnero nel periodo dal 1872 al 1909”; Claudio Pericin parla di “Catene, guinzagli, musoliere, scorticatori, tasse e multe, precauzioni contro la minaccia della rabbia canina nel Litorale austriaco tra ‘800 e ‘900”; Enver Ljubović fa riemergere tre stemmi lapidei in bassorilievo nella fortezza Nehaj e Segna e Marino Bonifacio rispolvera e recupera le origini storiche di quindici casati istriani e dei loro rami slavizzati e italianizzati. Infine, Ferruccio Delise si ocupa di voci veneto-italiane nella parlata della città di Lesina, citando soprannomi, detti e proverbi.

L’italiano in Istria

Come si diceva, questo tredicesimo numero della collana “Etnia” – serie che risale al 1990 – contiene lo studio di Federico Simcic, “L’italiano in Istria: strutture comunicative”. Anche se si parla di Istria, il presente lavoro si dedica esclusivamente alla zona racchiusa entro i confini croati e non tiene conto della fascia di territorio inclusa nello Stato sloveno (scelta dettata essenzialmente da un motivo, e cioè che nei due Paesi la minoranza italiana si trova in situazioni demografiche, sociali, legislative, economiche profondamente diverse: basti pensare al fatto che la Slovenia, diversamente dalla Croazia, fa già parte dell’Unione Europea).
Simcic riprende e aggiorna la sua tesi di laurea (Scienze della comunicazione, Facoltà di Lettere e Filosofia, Padova), arricchita con un’introduzione di Flavia Ursini (professoressa associata di Glottologia e Linguistica, docente di sociolinguistica ai corsi di laurea e master all’Università di Padova).
Si tratta di un’indagine sociolinguistica che vuole cogliere lo stato di salute della lingua italiana in Istria e a Fiume, studiando le pratiche attuate a sua difesa, tutela e promozione, ossia presentando e analizzando tutte le strutture che la minoranza italiana si è data. Dato essenziale che si tiene presente e ricorda, è che l’italiano in Istria e a Fiume non è una lingua di minoranza propriamente detta, bensì, più correttamente, una “lingua in situazione di minoranza”, vale a dire una lingua di grande diffusione internazionale, ma che si trova a essere oggettivamente in minoranza demografica o legislativa all’interno di particolari compagini statali, nella fattispecie in Croazia e in Slovenia.
Dopo avere analizzato le azioni intraprese dal 1945 a oggi, oltre che la struttura comunicativa della minoranza italiana nelle sue componenti della comunicazione interpersonale, culturale e di massa, il Simcic conclude che l’italiano in Istria e a Fiume si trova in una situazione più che positiva, e sostiene inoltre che i prossimi anni saranno decisivi per la minoranza, che dovrà non solo adattarsi ai nuovi scenari, ma anche essere in grado di sfruttarli. L’autore rileva che se si vuole che la minoranza italiana continui ad esistere e che l’italiano continui a essere parlato in Istria e nel Quarnero è necessaria una crescita che porti con sé aspettative, obiettivi e consapevolezze nuove.

Ilaria Rocchi

Il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno a Gallesano, con i XLI «Atti» e la XIII «Etnia»
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