ATTI_43L’impegno di rigore scientifico, ma anche culturale, e un’invidiabile costanza che, praticamente da mezzo secolo, fanno del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno una “barriera” affinché la cultura e la civiltà italiana continuino a svolgere un ruolo guida nel territorio. Il CRS e la sua attività di ricerca e pubblicistica sono al contempo espressione e artefice dell’identità della comunità italiana autoctona, come pure di quella realtà specifica che nei secoli si è consolidata nell’Adriatico orientale, risultato di intrecci e scambi tra le diverse componenti italiana, croata, slovena e altre che si sono affacciate sulle sponde di questo mare comune.

Un ruolo importante per un’istituzione che è la memoria storica della CNI in Croazia e Slovenia, un fiore all’occhiello come si ripete da anni, per la sua impostazione, per la sua operosità, per quel gioco di squadra che, con tattica, il suo capitano Giovanni Radossi porta in campo fin dalla fondazione del CRS, coinvolgendo ricercatori connazionali, studiosi italiani, croati, sloveni e di tutto il mondo, promuovendo il dialogo e il confronto dialettico. Orgoglio: una parola che si è sentita dire in più momenti nel corso della presentazione del 43.esimo volume degli “Atti” del CRS, ieri a Castel Bembo, a Valle. Una ricca e calorosa serata tra amici e colleghi, a simboleggiare nel migliore dei modi anche il 45.esimo anniversario della nascita del Centro e il 50.esimo della collaborazione tra l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, oggi Unione Italiana – fondatore dell’istituto – e l’Università Popolare di Trieste, co-editori delle pubblicazioni del CRS.
Alla cerimonia, oltre a un numerosissimo pubblico di soci della CI di Valle e di altre CI dell’Istria, nonché di istriani esuli (una rappresentanza della Mailing List Histria) è intervenuto pure il sindaco del borgo, Edi Pastrovicchio, la vicepresidente della Regione Istriana per la minoranza italiana, Giuseppina Rajko, il presidente dell’UI, Furio Radin, il presidente dell’UPT, Fabrizio Somma, e il direttore generale dell’ente, Alessandro Rossit, i collaboratori del CRS. A fare gli onori di casa la presidente della CI vallese, Rosanna Bernè, mentre a dare il “la” alla serata è stato il coro misto della CI di Dignano, diretto dalla maestra Orietta Šverko, che ha eseguito tre brani della tradizione musicale.
Riconferma del sostegno al CRS da parte di UI e UPT, riconoscimento della validità del suo operato, appunto motivo di orgoglio per tutta la CNI, ma anche per il territorio nel suo complesso. “Ciò che ci rende grandi, nel nostro piccolo”, ha fatto notare Furio Radin, è l’aver saputo ricostruire, dopo i tanti marasmi del passato ‘una cultura creativa’.
“Le oltre 770 pagine di questo volume sono una cosa che tanti centri culturali in Italia e in Europa vi possono invidiare – ha detto Fabrizio Somma –. È l’unione che fa la forza del CRS”, ha concluso.

Rottura con certo retaggio

“Per quanto ci riguarda, si sono fatti progressi maggiori nel campo della descrizione che in quello della spiegazione del passato. Tale interpretazione ha mosso i primi passi su questa nostra area in circostanze a dir poco sfavorevoli – premette il direttore del CRS, Radossi, e spiega: “Essa si basava su un retaggio teso innanzitutto a difendere interessi nazionali, per cui la presentazione della storia aveva una precisa connotazione pragmatico-politica che si prefiggeva di adeguare quanto più possibile gli argomenti storici alle sollecitazioni nazionali. La storia del nostro territorio si è trasformata gradualmente, e in parte appena di recente, in oggetto di interesse scientifico, lasciando ai margini gli scritti in odore di manipolazione nazionale e politica”.
Dopo i radicali mutamenti nazionali e demografici provocati dall’esodo, a partire dagli Anni 60 l’attenzione maggiore degli studiosi croati e sloveni era rivolta alla storia della sfera culturale della nuova dominanza, in uno sforzo “di affermazione della sua priorità ed entrando così in nuovo polemico rapporto scientifico e nazionale con l’altra componente, quella italiana”.

Ritorni di storiografie nazionali?

È stato il CRS a indicare la via al cambiamento della specifica mentalità politicizzata nei confronti della storia regionale, della civiltà e dell’etnos italiani in particolare.
“È un fatto che molte determinanti del microcosmo istriano non sono state neppure lontanamente oggetto di studi seri circa la conoscenza dei conflitti e della convivenza delle genti istriane etnicamente eterogenee. È proprio qui che si dovrebbero abbandonare completamente i vecchi postulati e le velleità rivaleggianti di dominazione, di appropriazione, di egemonia della storia e della cultura di un’etnia su quelle, ovviamente, di un’altra. È indubbio che l’attuale complessa situazione in cui vivono l’Istria, il Quarnero e la Dalmazia e in particolare il ripresentarsi dell’istigazione delle passioni e dei miti nazionali, potrebbero produrre un ritorno della storiografia al modello ‘nazionale’ del XX secolo, esponendole al pericolo di strumentalizzazioni ideologiche, quando anche non rasentino la minaccia per la cultura e la civiltà nostre – sottolinea Radossi –. Per noi è chiaro che non bastano le indicazioni metodologiche, se la visione storica del singolo non è sgombra da remore più o meno ideologiche. E queste, purtroppo, esistono e agiscono, checché se ne dica, ogniqualvolta si accede allo studio del cammino percorso dalla nostra civiltà regionale, non rimarcando le reali conquiste dell’emancipazione dell’essere umano, ma assegnando considerazione privilegiata, a prescindere dal contributo effettivo, al proprio popolo”.

Sempre più sradicati?

Per poter rispondere alle sfide del domani e creare condizione di vita più diginitose per tutti occorre allargare gli orizzonti, abbandonando ogni impostazione etnocentrica e di autocompiacimento delle conquiste, talvolta discutibili, attribuite alla propria comunità nazionale. “Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra il riconoscimento e la valorizzazione di ogni alterità e le spinte integrazionistiche del mondo contemporaneo, adottando strumenti di acculturazione reciproca, che esaltino il contributo di ognuno e respingano ogni velleità egemonica. Purtroppo, la decimazione umana e l’emarginazione politica della componente romanza nel secondo dopoguerra, hanno intaccato pesantemente la sfera culturale veneta/italiana, riflettendosi anche sul graduale affievolimento della sua identità. Il travisamento irrazionale del nostro passato che ancor oggi ingombra i testi di storia e altra carta stampata, costituendo forma specifica e mirata di violenza sul nostro mondo reale, ha fatto dire a uno studioso che essere presenti come etnos su questo territorio per millenni, essere prodotto di una cultura plurisecolare, per non dire millenaria, e nel contempo trovarsi (come ci troviamo) sempre più sradicati, non è solamente un paradosso storico, ma anche una paurosa visione del futuro”, conclude Radossi.

«Memorie», tredici tasselli

Storia, arte, dialetto, economia e società, tematiche proposte con un approccio pluridisciplinare, una notevole larghezza di orizzonti e con il concorso di studiosi – accademici e “dilettanti” – con un’altezza scientifica che è testimonianza di eccellenza, come ha fatto notare Fulvio Salimbeni, lo storico che ha riassunto i contenuti della pubblicazione appena licenziata, che si dividono tradizionalmente in due sezioni, vale a dire “Memorie” e “Fonti e documenti”. La prima comprende i seguenti lavori: “Scoperta di tumuli dell’età del bronzo nei dintorni di Geroldia (Gradina presso Orsera)”, di T. Sadrić; “Le pitture murali di San Gerolamo a Colmo, alcune nuove proposte d’interpretazione”, di Nikolina Maraković; “La Madonna della Misericordia in Istria”, di Juraj p. Batelja; “Il compositore e le sue scelte poetiche: il caso di Fra Gabriello Puliti e i suoi poeti istriani”, di Ennio Stipčević; “Il complesso rapporto tra la città e i suoi rifiuti: l’igiene pubblica a Capodistria nei secoli XVIII e XIX”, di Rino Cigui; “Sulla frontiera. La percezione del Turco nella Dalmazia Veneta”, di Egidio Ivetic; “Il canonicato Angelini, nella storia di Rovigno”, di Gianclaudio de Angelini; “I tentativi di vendita e di restauro di fine secolo XVIII del Palazzo pretorio grisignanese. Contributo alla conoscenza degli ultimi anni di vita della ‘terra’ di Grisignana”, di Marino Budicin; “L’economia agricola istriana nei secoli XVIII e XIX. Il lungo cammino verso la modernizzazione”, di Denis Visintin; “Le strutture ospedaliere comunali e provinciali a Pola durante il governo austriaco”, di Raoul Marsetič; “La ‘questione’ del cimitero di Rovigno. Vicissitudini del trasferimento da Monte Alle Laste”, di Giovanni Radossi; “Contributo per una storia dei calighèri di Dignano in Istria”, di Paola Delton; e “Aspetti cultuali della festa di Sant’Eufemia a Rovigno d’Istria: la devozione alla Santa tra rito, musica e folclore”, di David Di Paoli Paulovich.

Toponimi, cognomi, tradizioni, carteggi…

Per quanto riguarda il capitolo “Fonti e documenti”, ci sono i seguenti contributi: “Appunti etimologici sul toponimo Zadar”, di Giovanni Rapelli; “I registri parrocchiali di Gallesano: analisi del più antico manoscritto (parte prima)”, di Matija Drandić; “Alcuni catastici dei boschi istriani del XVIII secolo”, di Slaven Bertoša; “Il carteggio Luciani-Millevoi” di Tullio Vorano; “La capra in Istria tra miti, tradizioni e ordinanze”, di Claudio Pericin; “Alcuni documenti sulla pesca dell’isola di Lesina sotto il governo austro-ungarico e durante l’amministrazione italiana”, di Ferruccio Delise; “Dodici cognomi istriani, quarnerini e dalmati”, di Marino Bonifacio; e “La tradizione paremiologica di Valle d’Istria”, di Sandro Cergna, quest’ultimo ritenuto forse uno dei più interssanti per la totalità degli aspetti trattati.

Ilaria Rocchi

da “La Voce del Popolo” di Fiume

CRS eccellenza italiana
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