SodoLo scrittore Gianfranco Sodomaco, torna alla regia teatrale firmando un adattamento scenico del racconto “Il giorno prima (Bobo)”, tratto dall’antologia “Chiesa di nessuno”, di Roberta Dubac. Il volume edito dall’Edit nella collana “Lo scampo gigante” (2012) è prezioso osservatorio sui nuovi autori della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero. Il marchio è ormai rodato, “La Macchina del Testo”, l’associazione culturale che lui stesso ha fondato nel 2000 insieme ad alcuni autori, con lo scopo preminente di “dare voce ad una drammaturgia di area giuliana ad alta esponenzialità sia sul piano della qualità dei testi da rappresentare che su quello della ricerca espressiva delle messe in scena”. Alla stessa va riconosciuto il merito di aver messo in scena testi ed opere di grandi autori del territorio, tra cui Stelio Mattioni, Sergio Miniussi, Anita Pittoni, Osvaldo Ramous, Franco Vegliani, Nelida Milani, Enrico Morovich. Il regista in questi anni ha trasposto numerosi testi letterari in forma scenica che gli hanno valso riconoscimenti della critica, tra cui ricordiamo il Premio speciale “Osvaldo Ramous”, promosso dall’Associazione Nazionale Critici Teatrali e dal Dramma Italiano di Fiume. Ora è la volta di un racconto della giovane narratrice Roberta Dubac che il regista ha voluto rileggere in chiave teatrale proponendo così un inedita versione di “Il giorno prima”.

Lo spettacolo, prodotto in collaborazione con l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste, debutterà questa sera, alle ore 21, nella sala “Ariston dei Fabbri”, a Trieste. Gli attori, interpreti dell’atto unico, sono Maria Cristina Dalla Pietra, Donata Salimbeni e Stefano Vattovani, tutti già da tempo impegnati nel sodalizio. Ho incontrato il regista durante l’intervallo di una sessione di prove pomeridiane e gli ho posto alcune domande sul nuovo lavoro.

L’autrice, lungo il percorso narrativo, sembra rivolgersi a un lettore immaginario e offrirgli delle istantanee prive di descrizione, quasi a volerlo invitare a raccogliere le proprie sensazioni per cogliere quello che intendeva far vedere. Lei, da quale istantanea è stato catturato?

“Siccome l’autrice mi ha detto che il racconto “Il giorno prima (Bobo)” è tratto da un fatto realmente accaduto (nel 1999, quattro anni dopo la fine ‘formale’ della guerra), l’istantanea da cui sono stato catturato è stata la non-reazione, ‘il vuoto’, l’indifferenza dei villeggianti, dei turisti della località balneare (Umago nella fattispecie, dove sono nato molti, troppi anni fa…) di fronte ai comportamenti, alle ‘intemperanze’ di Bobo. E, non a caso, la Dubac descrive questo contesto, non senza una sottile ironia, come ‘intero, integro, lucido, tutto preciso e pacifico’. Insomma, la tipica reazione della gente che non vuole essere coinvolta in problemi fastidiosi, non direttamente suoi, che possono far pensare troppo. Mi ha ricordato certi fatti di cronaca in cui qualcuno muore sulla spiaggia, per un malore o un annegamento ecc., e la gente se ne sta lì, ferma, come se niente fosse successo. Eppure Bobo è vivo e, dice la Dubac, saluta tutti quelli che incontra…”.

Il racconto “Il giorno prima” prelude ad una fine di un ciclo storico, unito ad uno sconvolgimento territoriale e socioculturale impensabile. Bobo, il personaggio del racconto, ne è la rappresentazione. Perché ha scelto di parlare di guerra, in un momento in cui nessuno spende più una sola riga sulle tragiche vicende dell’ex Jugoslavia?

“Perché (è mi rifaccio a quello che ho detto prima) c’è stata, nella ex Jugoslavia, ma anche in Europa (ed è generalizzata a livello mondiale), la ‘grande rimozione’. Certo, per alcuni aspetti è comprensibile, bisogna andar oltre, bisogna pur vivere, sopravvivere ecc. ecc., ma se fingiamo che nulla sia accaduto, se evitiamo di fare i conti con il passato, se non ci chiediamo perché tutto ciò sia avvenuto, non cresciamo come persone (la rimozione, psicanaliticamente, è una brutta bestia!), soprattutto impediamo ai più giovani di comprendere il loro presente (senza passato non costruisci nulla, la tragedia dei nostri ragazzi, oggi) e di gettare le basi per il loro futuro, già pieno di incertezze”.

La raccolta antologica di quattordici racconti di Roberta Dubac sono centrati sul passato e presente di una terra, quella istriana, e dei suoi personaggi che si lasciano condurre sul filo della memoria e rilasciano delle atmosfere che qualcuno ha riconosciuto simili a quelle di Fulvio Tomizza. Qual è il suo pensiero sull’opera “Chiesa di nessuno”?

“I bello dei racconti della Dubac è proprio questa bella intuizione, questa necessità di oscillare tra passato e presente, tra piccole situazioni sociali, familiari, paesane, ‘strapaesane’ ecc. e lo sfondo dei grande problemi inter/nazionali. Esemplare e splendido, oltre a ‘Bobo’, il racconto che dà il titolo al libro, titolo non immediatamente ‘afferrabile’, la storia di una coppia di musulmani (con un figlio) in fuga dalla guerra, che riesce a rifarsi l’esistenza nella casa abbandonata da esuli buiesi. A quella casa aspira anche la legittima erede, Laura, una giovane insegnante fiorentina che torna nella terra dei suoi avi per dare una svolta, anche lei, alla sua vita. Morale: tra quelle tre persone nascerà, contrariamente a ogni logica, un’amicizia; non vi sarà nessun scontro ma un compromesso. Laura avrà l’ultimo piano della casa, non solo, inizierà ad imparare la lingua croata e i due musulmani iscriveranno il figlioletto alla scuola dell’infanzia italiana. Utopia? Una ‘fiaba di Natale’ (come l’ha definita Elis Barbalich Geromella nell’analitica prefazione al libro)? Sì a prima vista, ma se cominciamo in qualche modo a sciogliere i nostri cuori induriti da decenni di crisi morale (prima ancora che economica) forse c’è ancora speranza: forse c’è ancora speranza se cominciamo a lasciar perdere le chiese, i campanili, i minareti, le sinagoghe ecc. che solo dividono, se iniziamo a ragionare laicamente, universalmente, da esseri umani con uguali diritti e doveri. Mi pare abbastanza evidente, ormai, che in una società completamente globalizzata come la nostra, o ci ‘salviamo’ tutti assieme o… Tomizza? Sì, è nella finezza psicologica della scrittura, dei personaggi, nella ‘solida pacatezza’, se vogliamo tutta istriana, con la quale Roberta (mi piace chiamarla per nome, anche se dobbiamo ancora incontrarci) tratta gli argomenti, i più diversi”.

Francesco Cenetiempo

Con «Bobo» contro la crisi morale
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