ROVIGNO – “Partiti!!!”. Per anni iniziavano così le partite di calcio, più e meno memorabili, giocate dalla nazionale azzurra o dalle squadre italiane nelle competizioni europee, prima delle pay-TV. La voce era quella di Bruno Pizzul, la stessa che abbiamo ascoltato a Rovigno, in occasione del tradizionale appuntamento con gli Sportivi dell’anno della Comunità nazionale italiana. Come ospite d’onore assieme all’ex calciatore, numero dieci azzurro e della Fiorentina, Giancarlo Antognoni, è venuto colui che ne ha narrato le gesta. Abbiamo approfittato, prima, durante e dopo la conferenza stampa di catturarne le battute, quel vocabolario semplice, ma mai banale. Già alla presentazione siamo rimasti stupiti di una cosa. Infatti, si ricorda dello stadio di Cantrida che non ospitò eventi storici da lui seguiti e commentati. Ci venne negli anni 80. Ci sono modi diversi per descrivere uno stadio. Tra tutti gli aggettivi all’epoca Pizzul scelse “civettuolo”. Senza entrare nel merito della pertinenza nelle telecronache e nei commenti dei giornalisti televisivi, in tanti sentono nostalgia di un linguaggio brillante sostituito oggi da cacofonici neologismi.

SGUARDO OLTRECONFINE Da Cormons, nel Friuli goriziano, a pochi passi della Slovenia, ha seguito sempre le vicende dall’altra parte del confine, attraverso un’ottica sportiva, calcistica. “Noi ragazzini guardavamo alle squadre di calcio dell’Istria come a qualcosa che rappresentava per noi un territorio mitico. Oltre alle più famose come la Grion Pola e la Fiumana, per noi aveva un valore particolare, non so per quale motivo, la squadra dell’Ampelea di Isola. Eravamo affascinati da questo nome. In questa squadra, tra l’altro, confluivano anche dei giocatori importanti, che andavano a giocare lì perché vi si offrivano anche dei posti di lavoro. Appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando si ebbe dalle nostre parti un arrivo massiccio di genti istriane di nazionalità italiana, abbiamo imparato a capire quanto lo sport fosse importante anche al di fuori del calcio. Tutti quelli che si sono fermati dalle nostre parti hanno avuto un passato sportivo che non era limitato al calcio. C’erano moltissimi canottieri, gente che correva, gente che nuotava da cui abbiamo imparato come nelle loro terre fosse profondamente radicata la cultura sportiva. D’altra parte, anche oggigiorno i risultati ottenuti, non soltanto da fiumani, istriani, dalmati o giuliani di nazionalità italiana, ma dalla gente che vive in questo territorio, sono la testimonianza chiara di quanto da queste parti la pratica sportiva sia importante, anche quella di altissimo livello”.

UNIVERSALITÀ DEL LINGUAGGIO Pizzul ha quindi accennato a quanto è successo dopo lo sfascio della Jugoslavia. “Con la frantumazione della Jugoslavia e la nascita delle nuove repubbliche, che sul piano del numero di abitanti non sono molto grandi, sono usciti comunque dei risultati straordinari in tutte le discipline sportive, dalla pallacanestro alla pallamano, dallo sci al tennis e via dicendo. Laddove la cultura sportiva è profondamente radicata, c’è un terreno comune di condivisione anche su valori da portare avanti. Tra le tante cose positive che lo sport può insegnare e trasmettere ce n’è una che secondo me ha un valore di fondamentale importanza, cioè l’universalità del suo linguaggio. Per il tipo di lavoro che ho fatto per tanti anni, e in particolare all’inizio della carriera, mi sono trovato spesso in paesi strani, dove la gente si vestiva in maniera per noi incomprensibile. Non capivi una parola di quello che dicevano, pretendevano di farti mangiare delle cose che guardandole inorridivi e dicevi che con questi non avresti mai potuto entrare in contatto. Poi, quando andavi allo stadio e l’arbitro fischiava l’inizio, scattava questo meccanismo di comprensione comune in nome dello sport, un linguaggio comune. In un mondo come quello moderno in cui è sempre più difficile rapportarsi, confrontarsi, parlare e stare insieme, ha un valore enorme quella cosa che ti consente di stabilire immediatamente un contatto di comprensione con tutti gli altri. Credo di poter dire, al di là di quelle che sono le benemerenze acquisite nel corso degli anni dalla vostra Unione Italiana, che opera anche in ambito culturale, musicale e di solidarietà, questa attenzione verso il mondo dello sport vi deve rendere legittimamente orgogliosi, soprattutto in considerazione del fatto che avete pieno diritto di dire che lo sport è sempre stato, e continua a esserlo, un grande valore di riferimento”.

GIORNALISTA PER CASO Bruno Pizzul raccontò grandi eventi, anche tragici come quello della finale di Coppa Campioni all’Heysel tra Juventus e Liverpool, ma anche tante vittorie. In molti anni di carriera non ebbe l’occasione di gioire in diretta per un Mondiale o un Europeo vinto dall’Italia. “Me lo fanno notare spesso – dice Pizzul –, ma vi confesso che per questo fatto non ho mai perso il sonno”. La vocazione per il giornalismo? “Quando cercavo, con esiti più o meno disastrosi, di diventare un bravo giocatore di calcio avevo maturato una sincera antipatia verso la categoria dei giornalisti sportivi. Quando parlavano delle mie prestazioni, probabilmente a ragione, erano tutt’altro che teneri. Non avrei mai pensato di diventare giornalista sportivo e tanto meno telecronista. Per una serie di circostanze assolutamente casuali venni indotto a fare un concorso alla RAI dove alla fine venni assunto. Mi ritrovai a fare questo tipo di professione che alla fine è stata gratificante, fatta con piacere. La carriera di calciatore, pur con i risultati non lusinghieri, mi ha aiutato a fare un tipo di lavoro indubbiamente appagante, anche sul piano della vanità personale”.

Lucio Vidotto

Bruno Pizzul, autorità al microfono
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