Un excursus istruttivo ed illuminante sul prezioso patrimonio musicale dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, quello del professor David Di Paoli Paulovich, proposto l’altra sera alla Comunità degli Italiani di Abbazia, nell’ambito del ciclo di incontri organizzati da Unione Italiana – Università Popolare di Trieste. Tutta la conferenza è stata corredata da interessantissime e rare registrazioni.
Dunque, una panoramica attraverso i secoli sulla musica sacra e profana, colta e popolare, vocale e vocale-strumentale di matrice istro-veneta, che ha intriso e nobilitato la sponda orientale dell’Adriatico, dando un suo contributo e immettendo queste terre in un circuito culturale italiano in primis, e quindi anche europeo. Si tratta di una materia che andrebbe rivalutata e immessa – magari in sintesi – pure nei programmi didattici delle nostre istituzioni scolastiche, in quanto testimonianza di un’italianità che si è espressa anche tramite il linguaggio della musica.
L’incipit è stato dato dai canti patriarchini, ossia i canti popolari del Patriarcato di Aquileia che si erano diffusi in Istria, Quarnero, Carinzia, Ungheria e Dalmazia, fino a Ragusa, ed erano rimasti in auge, in alcuni territori, fino agli anni ’60 del Novecento. Venivano cantati dal popolo in sostituzione del canto gregoriano, ed assunsero pure forma polifonica con accompagnamento dell’organo. Questo immenso ed antico patrimonio, che si era trasmesso in forma orale di generazione in generazione, venne a decadere sia in seguito alle riforme del canto liturgico del Concilio Vaticano II che con la stampa dei nuovi libri gregoriani.
Testimonianze di canti patriarchini si trovano negli antichi codici della Biblioteca di Capodistria e nelle raccolte del sacerdote Francesco Babudro e di p. Giuseppe Radole.

Grandi nomi e un lascito
da valorizzare

Di Paoli Paulovich ha proceduto quindi con la musica d’arte vocale strumentale, a partire dal ’500, rilevando nella Cappella del Duomo di Capodistria – mettendola in correlazione con le Cappelle di Venezia, Padova, Bologna ecc. – il fulcro istriano intorno al quale si praticava un canto sacro colto di tipo professionale; qui operò come maestro di cappella Gabriele Politi, autore di una nutrita produzione di musica sacra. Quindi Filippo da Laurana, musico prediletto di Cesare Borgia e organista nella Cappella del Patriarcato di Aquileia; Andrea Antico da Montona – presente a Venezia – editore, compositore ed eccellente miniatore, oltre che precursore del madrigale; il rovignese Francesco Spongia Usper, allievo di Andrea Gabrieli, organista a S. Marco a Venezia (!) e autore di ricerche, madrigali, messe, salmi. In Dalmazia emergono i nomi del Petris, di Giulio Schiavetti e Lukačić. Con il ’600 – in seguito alle epidemie di peste e alle carestie – la musica entra in crisi; ciononostante in Istria si avranno dei nomi significativi, quali il rovignese Gabriele Usper (nipote dello Spongia) e il maestro di Cappella del Duomo di Capodistria, Antonio Tarsia. Nativo di Spalato, sarà il Bajamonti e Tommaso Cecchini, maestro di Cappella a Spalato e Lesina. Fiume darà i natali a Vincenzo Jelich, che opererà a Graz e in Carinzia. Grandi figli del Settecento saranno il piranese Giuseppe Tartini e l’organaro dalmata Pietro Nacchini, costruttore di ben 500 organi. Giacomo Genzi, capodistriano, comporrà sia musica sacra che profana.
L’elenco dei musicisti di rilievo di Istria, Quarnero e Dalmazia continua nell’Ottocento con il grande polese Antonio Smareglia (“Nozze istriane“, “Oceana”, “Abisso”, “La falena”), nelle cui opere sintetizza il sinfonismo tedesco e la melodia italiana. E ancora, il fiumano Giovanni Zajc, i dalmata Franz Suppé Demelli (rivale di Johann Strauss) ed Eligio Bonamici. Centro della vita musicale di Zara ottocentesca è la cattedrale di S. Anastasia con un servizio musicale liturgico di alto livello, che nelle festività solenni prevede la partecipazione di coro e orchestra. Maestri di cappella furono Giuseppe Pozzotti, Girolamo Fiorelli, Antonio Ravasio, Donato Fabianich.
Il Novecento in queste coordinate diede grossi nomi: Luigi Dallapiccola, Lovro von Matačić e il compositore ceciliano, il chersino p. Bernardino Rizzi, molto popolare in Polonia. Appartengono alla contemporaneità invece il rovignese Renato Dionisi, il dignanese Luigi Donorà, don Giuseppe Radole, Piero Soffici, Nello Milotti, Đeni Dekleva Radaković, Massimo Brajković.
L’ultima parte della conferenza è stata dedicata al ricco patrimonio del canto popolare istriano, che è espresso in istroromanzo e istroveneto. Villotte, bitinade, arie da nuoto, stornelli, ballate, canti di questua, canti natalizi sono le forme di canto più caratteristiche dell’Istria e del Quarnero che vanno a costituire un tesoro che in parte è stato sistemato in raccolte da p. Francesco Babudro e Roberto Starec.
Tirando le somme e considerando l’insieme del lascito musicale della sponda orientale dell’Adriatico, non si può non concludere che siamo eredi di un patrimonio culturale vivace, ricco, variegato e originale il quale è riuscito a sensibilizzare in senso musicale tutti gli strati sociali. Un’eredità immateriale preziosa sotto molti aspetti, di cui non si dovrebbere perdere memoria e coscienza.

Patrizia Venucci Merdžo

Adriatico orientale, italianità espressa anche con la musica
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