Memorandum d'intesa

Università Popolare di Trieste 1899-1999, cent’anni di impegno nella tutela e proozione della cultura italiana a Trieste e la sua Provincia, in Istria, Fiume e Dalmazia.
Giulio Cervani, Il “Memorandum d’intesa” e l’avvio di un dialogo ufficiale fra l’Italia e la minoranza italiana in Istria

Oggi “va” molto di più, si direbbe, nella critica e trova maggiore ospitalità nella stampa, il discutere a vasto raggio del problema “Stato e Nazione” (anche se con il proposito di ridimensionare concetto ed istituzione) che il trattare dei concreti problemi di nazionalità frequentemente insorgenti in gruppi etnici sia pure circoscrivibili nell’ambito di un preciso e determinato territorio.
“Con il 1997 se ne è andato lo Stato-Nazione”, scriveva non molto tempo fa un noto articolista. Probabilmente una questione di capacità, fra studiosi, di riuscire (cosa non facile) ad intendersi in termini chiari e precisi.

Perché il tema è di quelli che non possono venir facilmente messi da parte.
I cataloghi specializzati offrono di continuo notizie sulle novità e sulle polemiche in proposito.
Ad Amsterdam, proprio verso la metà di giugno del 1997, i governi europei hanno sottoscritto un patto di stabilità: quasi un codice di comportamento al quale “i partecipanti all’Euro non potranno – come ha scritto Bernardo Valli nella ‘Repubblica’ (31.12.97) – sottrarsi (pena: multe consistenti), rinunciando insieme ad avere una politica economica originale ed una politica nazionale loro propria”.
Un’abdicazione, dunque, ad una consistente fetta della loro sovranità.
Il fatto non introduceva, però, una novità assoluta; esso non fa che ribadire quanto in gran parte contemplato dal trattato di Maastricht.

Si allude ad un avvenimento politico dell’Europa in costruzione che non ha potuto non avere ripercussioni in sede storica; perché ne è derivata una storiografia che accantona (definitivamente?) antichi dogmi legati a lavori canonici come, per esempio, quello classico di un Robert Kann (Das Nationalitätenproblem der Habsburgermonarchie, Graz-Köln 1964), e che può invece arrivare ad enfatizzare enunciazioni come quelle di un Ernesto Galli Della Loggia, il quale già nel 1995 parlava di “morte della patria”.
Dopo di che, però, ci si può sempre chiedere di quale Europa sia lecito parlare: un’Europa politica? un’Europa dei popoli o solo un’Europa dei numeri e dei conti?

E naturalmente, in proposito, si può osservare che nell’Europa di oggi si rendono tuttavia evidenti spinte e provocazioni di duro carattere nazionalistico ed etnico, e ciò specie in grandi aree come la Balcania ( dove la multietnicità sembra di casa) dando luogo a constatazioni che suggeriscono atteggiamenti di attentissima e difficile cautela.

Il discorso riguarda l’Italia per la sua area nord-orientale e in particolare per i territori istriani che sono stati ceduti alla Jugoslavia in conseguenza del trattato di pace.
Potrà essere vero che sia necessario – al limite – rifondare l’Italia o, poniamo, la Croazia su valori più validi e più attuali; ma resta il fatto che nell’idea, anche troppo neutrale (ed anche un po’ filistea) di “etnia”, oggi in voga, la componente riguardante le nazionalità continua ad essere presente; eccome!
Certo con qualche cosa di cambiato: una nazionalità non più legata necessariamente al concetto dello Stato-Nazione.

Là dove, in seguito a guerra perduta, il concetto di nazionalità ha corso il rischio di venir brutalmente e interessatamente sradicato, il riacquisto del senso delle proprie radici culturali e linguistiche, oltre che etniche, nonché il ricupero della propria “fisionomia” si giustificano oggi ancora pienamente, ma in una prospettiva onestamente e civilmente proiettata verso il futuro.
Si tratta per noi del problema della difesa e della conservazione della propria nazionalità per gli italiani rimasti in Istria anche dopo il Memorandum d’intesa del 1954, quando la loro sorte si presentava legata a grande incertezza e ad accresciuta drammaticità, quantunque la logica spicciativa della grande diplomazia internazionale si sforzasse di accreditare il contrario.

Data per scontata la non accettazione da parte degli istriani di lasciarsi fagocitare in un processo che sarebbe stato di rapida assimilazione nella realtà territoriale e politica determinatasi dopo l’esodo, si poneva pertanto in termini urgenti l’esigenza di uno status accettabile e garantito per gli italiani rimasti, in quanto “non optanti”, nell’Istria diventata anche ufficialmente jugoslava. Diventati “minoranza” guardavano ai loro “nuovi” diritti.

In effetti, pur nelle condizioni angosciose nelle quali si erano trovati, a “resistere” gli italiani dell’Istria dal 1945 in poi una speranza era rimasta viva tuttavia (e per otto anni) nell’animo dei rimasti: la speranza cioè che un trattato di pace, meno iniquo possibile, valesse a migliorare in qualche modo 1a loro condizione politica e sociale con la definizione, come si è detto, sul piano istituzionale, dei diritti di una minoranza, come la loro, secondo le norme del diritto internazionale. Era stata una speranza, questa, che nel 1954 poteva considerarsi quasi spenta nell’aspettativa della gente.

Se si prendono le mosse dal Memorandum d’intesa, ciò che colpisce immediatamente è la constatazione di quanto gelidi apparissero in quel momento i rapporti fra Italia e Jugoslavia.
Perfino gli ultimi aggiustamenti di frontiera nel 1954 avevano dato ancora luogo ad un piccolo, ma non trascurabile, esodo.
Ridotti al minimo storico in fatto di presenza, gli italiani sembravano realizzare, nel più deprimente e sconfortante dei modi, l’idea di una qualche modestissima entità locale, persistente “a macchia di leopardo” in una realtà politica e sociale diversa ed estranea, quantité négligeable ormai in un mondo sloveno e croato.

Occorreva, d’altra parte, affrontare comunque ed immediatamente i problemi connessi al piccolo traffico di frontiera (e vi si arrivò già nel 1955 con gli accordi di Udine), occorreva assicurare, ad opera della patria d’origine, una serie di interventi e di accordi (non più solo occasionali e saltuari, ma fissati bilateralmente e stabilmente), onde non avesse a verificarsi una “ghettizzazione” degli italiani rimasti e che non avevano optato per l’Italia.
Niente sembrava malauguratamente più facile da immaginare che di trovarsi a pensare agli italiani rimasti come a degli abitatori di poche “riserve” (gruppi folkloristici di danze, di complessi corali, di fisarmoniche, ecc.) in via di scomparire.
Ma non si pensi oggi che si trattasse di modi di vedere eccessivamente pessimistici. Questa era la realtà quale appariva ad occhio italiano!
Per fortuna nell’Istria rimaneva – benché, all’epoca, fortemente ostacolata – una cultura italiana non ancora spenta e quindi forse salvabile.
C’era soprattutto il problema delle scuole italiane, ancora esistenti, da preservare dal pericolo di una immediata estinzione.

A Capodistria fu destinato, allora, come Console Generale a rappresentare l’Italia, il dottor Guido Zecchin; ed a lui si deve ascrivere il merito di avere impostato con molto tatto politico e molta diplomazia, un programma di manifestazioni culturali chiaramente “italiane”.
Alieno da tentazioni avventurose, il console Zecchin comprese molto bene la situazione di fatto nella quale egli veniva a trovarsi e dalla quale si doveva partire.
Con chanches pari quasi a zero non era facile dare sufficiente risposta alla domanda circa che cosa si potesse fare a conforto degli italiani rimasti.
Senza carte forti in mano, bisognava lavorare con prudenza nel presente: trattare cioè direttamente con gli organi governativi ed amministrativi jugoslavi, pensando solo al futuro delle comunità italiane.
E non bisognava dimenticare, in sede diplomaticamente responsabile, che negli anni precedenti il memorandum, gli approcci ufficiali o semi ufficiali tentati erano sostanzialmente sempre falliti.
Qualche prospettiva ora sembrava esserci e doveva essere coltivata; ed il fatto nuovo poteva essere rappresentato – ormai nel 1955, a cose fatte – da una meno dura e cavillosa propensione jugoslava a dialogare sul “quotidiano”; dato che del contenzioso su problemi territoriali e confinari non era più il caso di parlare!

Il console Zecchin seppe dunque mettere in piedi, con intelligente intuizione del momento favorevole, la prima manifestazione culturale, dalla fine della guerra, che portasse ufficialmente in Istria la voce dell’Italia.
Il 20 maggio 1957, era un lunedì, ci fu la rappresentazione al teatro di Capodistria (il ben noto teatro “Ristori”) della compagnia teatrale di Cesco Baseggio che portò sulla scena il Sior Todaro brontolon nel quadro di un ben accolto ciclo di celebrazioni goldoniane in Istria.
Si trattò di un grande successo; fu una giornata di grande commozione per chi (come il sottoscritto) ebbe l’occasione di essere presente alla rappresentazione.
Da Trieste vennero a Capodistria, invitati dal console generale, in veste semi ufficiale, i maggiori esponenti della vita politica e cittadina (il rettore Rodolfo Ambrosino, il prof. Manlio Udina, preside della facoltà di giurisprudenza e docente di diritto internazionale nell’Università di Trieste, Biagio Marin, Corrado Iona presidente del Rotary Club, l’avvocato Giacomo Bologna, Giorgio Cesare, Sergio D’Osmo direttore del Teatro Nuovo, tanto per fare qualche nome).
I commenti e le interviste non mancarono, nell’occasione. Manlio Udina così commentava: “Era tempo (…) di essere anche realisti, di non nascondersi dietro i paraventi dell’illusione, di non aggrapparci alle quisquilie formali di tesi astratte, purtroppo assai lontane dalla realtà dell’oggi”. Fra due popoli complementari e vicini, l’indifferenza e la reciproca ignoranza non erano per lui immaginabili.
E Corrado Iona così si esprimeva: “Per troppo tempo la nostra reazione al trattamento riservato a terre a noi così care ci ha impedito di recarci in luoghi che eravamo abituati a considerare la naturale propaggine di Trieste, ma l’inibizione si è risolta a tutto nostro danno”.
Bisognava constatare, secondo lui, che “centinaia di italiani, forse migliaia, sarebbero rimasti nelle loro sedi istriane, se fossero stati consentiti prima d’oggi contatti sociali e culturali, visite, gite turistiche, giornali, riviste, conferenze, rappresentazioni teatrali”.

Io personalmente non credo nemmeno adesso che tutto questo sarebbe potuto avvenire prima (intendi prima del Memorandum d’intesa!); ma di certo il linguaggio dell’avvocato Iona era pienamente “rispondente” se pensato relativamente al 1957.
Quanto all’iniziativa del console Zecchin si doveva dire coronata di successo per il solo fatto che la celebrazione goldoniana di Cesco Baseggio a Capodistria fosse riuscita così bene.
Le successive rappresentazioni della compagnia teatrale a Fiume ed a Pola avrebbero aumentato l’entità del successo.

Qualche tempo dopo, sempre per iniziativa del console Zecchin e dell’allora esistente Ufficio di collegamento del Ministero degli Esteri italiano di Trieste, ci sarebbe stata a Capodistria la serata canora, molto applaudita anch’essa, con la partecipazione pure di Teddy Reno (il triestino Ferruccio Ricordi). Penso però ancor oggi al senso di tristezza provato allora nel sentire Capodistria nominata, nel corso della serata, sempre e solamente come Koper, senza alcuna concessione a cortesie….bilinguistiche. Ma la ragione è facilmente comprensibile a distanza di tempo. In quella fase dei rapporti fra i due Stati poteva venire senza difficoltà accettata la serata canora italiana, ma doveva apparire ben chiaro che essa si svolgeva in territorio jugoslavo, e non in una “zona B” ancora persistente nella “finzione” consolatoria di molti triestini.

C’è un’altra osservazione da fare: in concomitanza a questo tipo di avvenimenti ebbero inizio (ed i tempi difficili non erano finiti!) anche i Seminari, organizzati dall’Ufficio scolastico regionale di Trieste, che si tennero a partire da allora a Capodistria, Portorose, Pirano ed Isola per gli scolari delle scuole medie italiane, e che incontrarono notevole interessamento.
Così come si impose con forte successo e si intensificò l’attività dell’Università Popolare di Trieste con l’invio dei suoi conferenzieri.
Un’attività che dopo tanti decenni continua ancor oggi, dando sempre ottimi frutti. Se ne parla esaurientemente in questo volume celebrativo.

Ma in questo breve articolo non interessa mettere in risalto ciò che egregiamente hanno fatto già nel 1994 Ezio e Luciano Giuricin con il loro studio su Trent’anni di collaborazione. Unione italiana e Università Popolare di Trieste. Appunti per la storia delle relazioni tra la Comunità italiana e la Nazione madre (Rovigno 1994), e Giovanni Radossi, il quale nel 1992 ebbe egregiamente a curare la raccolta degli scritti ed interventi dal 1964 al 1990 su La minoranza italiana in Istria e a Fiume di Antonio Borme.

Noi abbiamo inteso qui ricordare i momenti più delicati dell’avvio dei rapporti culturali fra Trieste e l’Istria, dando a ragion veduta un certo risalto alla figura di Guido Zecchin, Console Generale Italiano a Capodistria. Costituitesi, e consolidatesi, poi in Istria le comunità degli italiani, fare la storia di trent’anni di collaborazione tra gli italiani di quelle comunità e l’Università Popolare di Trieste, è atto che riguarda quelli che ne sono stati i protagonisti a partire il surricordato Antonio Borme, morto nel 1993.
Egli aveva avuto vicini, fin da quando aveva stabilito i primi contatti con l’Università Popolare di Trieste, i suoi amici e valorosi collaboratori Giovanni Radossi, Antonio Paoletti, Anita Forlani e altri; e, fra i triestini, Iginio Moncalvo con i suoi amici (professori e conferenzieri).

Si tratta della storia molto bella di un genere di rapporti che durano dagli anni Sessanta in poi; ciò che vuol dire, tutto sommato, mezzo secolo di collaborazione spesso entusiasmante. Anzi, storia esaltante, addirittura, per un Ente come l’Università Popolare di Trieste che pure può iscrivere nel suo Albo d’onore pagine luminose di un’attività che si può far risalire fino al lontano 1899.