La cultura letteraria

Università Popolare di Trieste 1899-1999, cent’anni di impegno nella tutela e proozione della cultura italiana a Trieste e la sua Provincia, in Istria, Fiume e Dalmazia
Irene Visintini

La sera del 27 dicembre 1899 il Consiglio Comunale di Trieste era chiamato a deliberare sulla proposta della Commissione all’Istruzione pubblica “di istituire lezioni serali per adulti e di organizzare lezioni pubbliche…” per “sollevare la cultura generale”. Inizia così la Relazione a cura del Consiglio Direttivo sull’Università Popolare Triestina dal 1900 al 1925, firmata dal segretario generale Marino Szombathely, da cui emergono i primordi dell’Università Popolare di Trieste, sorta per sollecitudine di quel Comune, che attuò il pensiero di Giovanni Stuart, insegnante a Cambridge, precedendo ogni altra città in Italia.

In quella storica seduta si decise anche la nomina di un Comitato che doveva studiarne la realizzazione, mettendogli a disposizione la somma di duemila fiorini per il primo biennio, cui si sarebbe aggiunto il sostegno finanziario della Cassa di Risparmio di Trieste. La serietà degli intenti e del quadro programmatico fu garantita dai membri del Comitato stesso, formato da personaggi illustri, quali Felice Venezian, il dott. Cimadori, l’avv. Costellos, il dott. Maranzana, e da cinque cittadini di chiara fama, e cioè il prof. Bernardo Benussi, Giuseppe Caprin, il dott. Achille Costantini, Riccardo Pitteri e il dott. Vitale Laudi. Essi attuarono il programma e il 2 dicembre 1900 l’Università Popolare poté inaugurare i suoi corsi.

Gli inizi del nuovo Ente si unirono, come si può dedurre dai nomi dei suoi stessi fondatori, a quelli di altre istituzioni di carattere irredentistico e patriottico, che si diffusero a Trieste negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo decennio del nostro secolo, anche se la sua configurazione di libera scuola municipale gli evitò, almeno in parte, l’ingerenza diretta, esercitata dalla polizia austroungarica, nei confronti delle società che sembravano svolgere apertamente o velatamente un’attività troppo italiana. La frequenza degli imperialregi commissari alle lezioni e alle conferenze (di cui dovevano essere presentati i manoscritti o almeno un loro ampio riassunto) fu, però, decisamente assidua. Ciò condizionò, ovviamente, non solo le conferenze di carattere storico-politico, ma anche quelle di carattere letterario e artistico.

Alcuni sodalizi, come la Ginnastica Triestina e la Lega Nazionale, avevano anticipato per alcuni aspetti il programma e l’azione dell’Ente: “il Comune di Trieste,” afferma Szombathely, “che accentrava e dirigeva tutti gli sforzi per la difesa dell’italianità, voleva e doveva sorvegliare e guidare l’opera dell’Università Popolare che fu cospicuo fattore di propaganda nazionale e di rafforzamento spirituale”. In breve tempo, comunque, l’Università Popolare, fondata come centro di divulgazione culturale con riferimento alle classi popolari, “trova maggior fama presso la borghesia media e piccola”; anche se in seguito subì delle trasformazioni, suggerite dall’esperienza, soprattutto con l’entrata nel Curatorio, nel 1901, di elementi della classe operaia, per lo più di fede socialista, che poi, in parte, se ne allontaneranno per avvicinarsi al Circolo di Studi Sociali, antagonista dell’Università Popolare stessa.

In questa primissima fase del sodalizio triestino un programma essenzialmente scientifico (lezioni e corsi di geografia, fisica, scienze naturali, storia, tecnologia) prevalse sulle arti e sulle lettere. Nel 1906 la Commissione ordinatrice elaborò un nuovo piano didattico, in cui si distinsero “tre gradi o tipi di lezioni: uno schiettamente popolare, da impartire nei rioni periferici, un altro più elevato o scientifico nelle sedi centrali e, infine, conferenze domenicali, affidate a oratori insigni e noti, atti a destare un vivo interesse e ad attrarre un vasto uditorio”. Notissimi docenti e oratori, gli “ingegni più belli e forti” del Regno, portarono a Trieste “un po’ della vita e dello spirito della nazione”, suscitando persino dimostrazioni politiche, “che davano maledettamente sui nervi all’imperialregia polizia”.

Nei programmi si dava sempre maggior importanza a lezioni e conferenze sull’arte, sulla letteratura e sulla storia d’Italia. Nelle ampie palestre di via della Valle o della Società Ginnastica si alternarono oratori giunti da Roma, Firenze, Milano, che scatenavano applausi incessanti, mentre “dalle gallerie scendevano aliando cartellini insidiosi e tricolori… Alcune volte, finita la conferenza, il pubblico …sfilò per le vie cantando inni patriottici”. Ettore Dominici, per primo, nel 1902 parlò di Roma; e Ugo Ojetti esaltò il primato dei Latini, ecc. Il pubblico della domenica “sembra avere un pizzico dello spirito greco che palpitava nelle folle accorrenti alla tragedia…”.

Nel 1906 ci fu un riassestamento di programmi e di metodi: ci si limitò a organizzare una conferenza o lezione sola; ebbero inizio gite e concerti. Alte rimasero le medie delle frequenze delle conferenze di carattere letterario: nel 1911-12, per esempio, le “lecturae Dantis” fatte da insegnanti triestini raggiunsero la media di cinquecento uditori; il ciclo di conferenze di Guido Mazzoni sulla letteratura italiana richiamò una media di novecento persone, solo per restare nell’ambito letterario. Uno dei maggiori scrittori del nostro tempo, James Joyce, vissuto a Trieste dal 1905 al 1919, trattò di letteratura inglese nell’anno accademico 1911-12. Da rilevare, accanto al grande romanziere, altri celebri oratori che tennero le loro conferenze per l’Università Popolare: da Sem Benelli, che commemorò Giovanni Pascoli, alla presenza di ben 1607 persone, a Innocenzo Cappa che ricordò Giovanni Boccaccio; a Massimo Bontempelli; e a Luigi Federzoni che parlò di Giacomo Casanova.

In questo primo periodo, e precisamente nel novembre 1903, ci furono altri attriti e schermaglie con l’imperialregia polizia; suscitarono “chiasso un po’ forte” proprio le lezioni di carattere letterario: per esempio, le tre conferenze di Ippolito D’Aste sui tre regni danteschi. L’immagine di Beatrice ornata dei tre colori e quella del “Carnaro / che Italia chiude e i suoi termini bagna”, diedero il segnale di frenetici applausi e la polizia – sempre secondo la testimonianza di Szombathely – avvertì la commissione che “probabilmente altre conferenze del prof. D’Aste sarebbero state proibite, fece le sue lagnanze al Podestà e instaurò l’obbligo del copione”.

Quando Luigi Orsini terminò la conferenza sul Pascoli e cominciò a recitare versi patriottici, fu interrotto dal commissario governativo; talvolta, però, fu il pubblico a non ubbidire e a gridare “fora el comisario”. Questo episodio significativo si verificò il 15 novembre 1907: a Giuseppe Lesca , noto letterato e dantista, fu proibita la lettura di uno squarcio patriottico del Carducci; “recitata ancora una sua poesia, il Lesca smise mentre il pubblico sfollava al canto dell’inno di Garibaldi”. Dopo episodi analoghi si giunse alla revoca del permesso generale di organizzare conferenze, costringendo l’Università Popolare a chiederlo di volta in volta. Molti furono gli oratori e gli episodi significativi di quel periodo: Marinetti parlò di D’Annunzio e “chiuse inneggiando all’Università italiana, bollando i medioevali tiranni. Chiamato a scolparsi dovette dettare e firmare un protocollo in cui spiegava che cosa intendesse per tirannidi medioevali”.

La prima serie terminò il 30 aprile 1914 con due conferenze di Nicolò Colajanni. “L’Università Popolare rimase inoperosa per lunghi anni,” chiarisce ancora nel suo scritto Szombathely. “Durante la guerra vivere avrebbe significato dover fare propaganda per l’Austria….I componenti della Commissione ordinatrice erano dispersi”. Alcuni internati dall’Austria, altri volontari nell’esercito italiano. Dopo la guerra, nonostante le difficoltà, le manomissioni e le distruzioni dell’archivio e del patrimonio, l’attività poté riprendere già nell’anno didattico 1919-20 con alcune innovazioni (tessere di frequenza, corsi di lingue, nuove sedi autonome nei rioni periferici, sostituzione delle conferenze domenicali, cui non arrise più lo stesso successo).

Da rilevare, nel 1919, la commemorazione di Felice Venezian, fatta da Ercole Rivalta al Politeama Rossetti, la gita a Ravenna (1920); la rappresentazione de Le Morbinose del Goldoni pro monumento Oberdan (1922-23); e lo scoprimento della lapide al Carducci sul colle di San Giusto, con i versi del Saluto italico. Comunque, dopo la redenzione, venuto meno lo specifico fine irredentistico, l’Università Popolare continua il suo complesso e interessante programma di “educazione nazionale”. Ricorderemo, a questo punto, almeno i nomi dei conferenzieri e dei collaboratori che, oltre a quelli citati, parteciparono, nell’ambito letterario e culturale, all’attività del sodalizio prima e dopo la prima guerra mondiale, sino all’anno didattico 1924-25. Essi furono: Paolo Arcari, Annibale Pesante, Aldo Valori, Dario De Tuoni, Alfredo Galletti, Umberto Urbani, Valentino Piccoli, Giuseppe Albini, Alfredo Baccelli, Berto Barbarani, Antonio Beltramelli, Giovanni Bertacchi, Luigi Bertelli (Vamba), Giulio Bertoni, Giuseppe Chiarini, Vincenzo Crescini, Gino Damerini, Adolfo Faggi, Giuseppe Fanciulli, Salvatore Farina, Arturo Farinelli, Francesco Flamini, Antonio Fradeletto, Gemma Harasim, Giuseppe Lipparini, Sabatino Lopez, don Gerolamo Curto, Guido Devescovi, A. Francini Bruni, Giacinto Gallina, Attilio Gentille, Elda Gianelli, Mario Nordio, Aldo Oberdorfer, Ferdinando Pasini, Giulio Piazza, Arrigo Polacco; ecc.

Divenuta autonoma nel 1924 con un incremento e sostituzione dell’attività (ebbero inizio i corsi di lingue moderne e le audizioni musicali), l’Università Popolare “aderì all’Opera Nazionale Dopolavoro, diventandone l’organo culturale, per affiancarsi nel 1932 all’Istituto Fascista di Cultura con il quale, in seguito, si fondeva assumendo il nome di Istituto Fascista di Cultura – Università Popolare”.

Il 20 maggio 1947, dopo la paralisi dovuta alla seconda guerra mondiale, l’Università Popolare di Trieste riprende a funzionare nella nostra città nell’ambito dell’attività della Lega Nazionale, svolgendo una politica di salvaguardia della cultura e della civiltà italiana. Riacquista la propria autonomia il 1° luglio 1948: in tale data viene proclamata Ente Morale dal Governo Militare Alleato, allora insediato a Trieste. Nel particolare contesto del dopoguerra, caratterizzato da tutto un fiorire di iniziative e pubblicazioni quotidiane e periodiche, legate a varie tendenze politiche e spesso in polemica tra loro, il sodalizio rivela tutta l’indipendenza della sua attività: un’attività che si svolge su piani diversi, attraverso una molteplicità di corsi di lingue, ma anche di materie specificamente culturali, come l’estetica, che fu insegnata a un gruppo di studenti dall’allora giovanissimo Bruno Maier, nel biennio 1950-52; senza contare le numerose manifestazioni di carattere musicale, i convegni culturali, la biblioteca, le sale di lettura, i premi letterari, ecc.

Né va dimenticato che nel 1949 erano sorte le “Pagine Istriane”, le quali ottennero non soltanto il gradimento dell’Università Popolare, ma anche una sede per la divulgazione, per la distribuzione dei testi, per le riunioni redazionali, coincidenti con la stessa sede dell’Ente, ubicato allora in via Coroneo. Le “Pagine Istriane” costituirono una delle voci più serie e culturalmente valide della politica culturale di quegli anni, con particolare riferimento ai numeri dedicati a Croce, Giotti, Stuparich, Quarantotti Gambini e Ziliotto.

Nell’ambito della letteratura acquistò risalto il culto della triestinità. In generale affrontarono temi letterari, giornalistici e teatrali Cesare Brumati, Silvio D’Amico, Chino Ermacora, Mario Fubini, Giuliano Gaeta, Alfredo Galletti, Attilio Gentile, Aurelia Gruber Benco, Guido Manacorda, Bruno Maier, Giuseppe Secoli, Cesare Sofianopulo, Marino Szombathely, ecc. Di letterature straniere discussero il germanista Guido Devescovi, il francesista Guido Gioseffi, Kolman Ternay, cultore di lettere ungheresi, ecc.; tennero conversazioni di rilievo il poeta Biagio Marin e il prof. Stanislaus Joyce.

Ciò attesta la molteplicità delle manifestazioni promosse dall’Università Popolare, che ebbe una sorta di salto di qualità allorché nel 1964 riuscì, nella figura del segretario generale prof. Luciano Rossit e del presidente prof. Giuseppe Rossi Sabadini, a stabilire con il prof. Antonio Borme, presidente dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (dal 1991 Unione Italiana), l’inizio di quella preziosa e proficua collaborazione tra i due Enti che – anche al di fuori dei ristretti limiti della zona B – porterà al recupero e alla valorizzazione della cultura italiana nell’area istro-quarnerina, la quale, senza tali accordi, avrebbe avuto, probabilmente, il destino di attenuarsi, sino a scomparire. Il primo incontro ufficiale tra i vertici dell’Università Popolare e dell’Unione degli Italiani, che definirono anche gli aspetti operativi della collaborazione, risale al settembre ’64: da allora furono organizzati seminari d’aggiornamento culturale, furono concesse borse di studio, vennero assegnati libri di testo; mentre nel mese di ottobre dello stesso anno uscì il primo numero della rivista “La Battana”.

La collaborazione doveva comprendere “il campo della cultura e della lingua italiana” e perseguire “come suo unico e principale scopo il mantenimento e la salvaguardia dell’identità nazionale italiana” del gruppo minoritario italiano e “delle sue molteplici espressioni e testimonianze, anche monumentali”. Da quel momento, con l’aiuto del console Zecchin, che per primo sostituì con un consolato vero e proprio il preesistente ufficio consolare, cominciò una sempre più fitta serie di interventi culturali e didattici, promossa dall’Università Popolare e dall’Unione degli Italiani, in fase di crescita culturale.

Anche l’aspetto più propriamente letterario contribuì a caratterizzare i contenuti e i significati di tali relazioni. Già prima dell’avvio della collaborazione con l’Ente triestino, l’ Unione aveva indetto, nel lontano 1950, il primo convegno letterario, assieme alla pubblicazione dell’ “Almanacco degli italiani” e della rivista culturale e letteraria “Orizzonti” , che anticiperà “La Battana”; nel 1952 era uscito il primo numero della rivista “Panorama”, nata dalla fusione delle testate “Noi giovani”, “Donne” e “Tecnica e sport”; mentre nel 1957, l’anno delle celebrazioni per il decimo anniversario della ricostruzione dell’Università Popolare, si attuava la definitiva assunzione della pubblicazione e della diffusione del quotidiano “La Voce del Popolo” da parte della casa editrice EDIT di Fiume.

Al 1960 risale il primo convegno letterario del gruppo nazionale promosso dal supplemento letterario della rivista “Panorama”; mentre nel 1961 la Commissione scolastica dell’Unione Italiana, guidata dal prof. Borme, organizzò a Rovigno il già ricordato primo Seminario di perfezionamento linguistico per gli insegnanti delle scuole italiane; nel gennaio 1962 fu inaugurata a Capodistria la prima edizione del seminario di lingua e cultura italiana per gli insegnanti delle scuole italiane dell’ex Zona B, organizzato nel quadro della Commissione mista istituita dal Memorandum d’Intesa e dall’Ufficio di collegamento con il Ministero degli Esteri italiano. Tali iniziative saranno ampiamente riprese e potenziate dall’Università Popolare, che già nel lontano 1954 aveva manifestato la volontà di estendere la propria attività alla Zona B e “di avviare rapporti di collaborazione con i connazionali ‘rimasti’ dell’Istria e di Fiume”.

L’importanza degli articoli apparsi sulla stampa al di qua e al di là del confine come prima attuazione pratica della collaborazione UPT-UIIF è messa in evidenza da Ezio e Luciano Giuricin nel volume Trent’anni di collaborazione Unione Italiana- Università Popolare di Trieste: appunti per la storia delle relazioni tra la Comunità Italiana e la Nazione Madre. In generale, le manifestazioni culturali e letterarie concordate dai due sodalizi consistevano in singole conferenze o cicli di conferenze su argomenti particolarmente importanti e spesso di attualità, anche in preparazione di una lunga serie di viaggi di gruppi di connazionali della minoranza in città e regioni italiane, ricche di opere d’arte e di un significativo patrimonio di cultura, formatosi nel corso dei secoli. A questo riguardo ricorderò, per esempio, le mostre e le serate letterarie organizzate dai vari Circoli Italiani di Cultura di Fiume, Pola, Dignano, Gallesano nel 1965 in onore del settimo centenario della nascita di Dante, seguite, il 29-30 maggio dello stesso anno, dal viaggio d’istruzione a Ravenna e “dalla visita di una folta delegazione della minoranza alla tomba del sommo poeta”.

Al 1966 risale la prima mostra itinerante del libro italiano e l’inizio dei corsi d’istruzione con lezioni settimanali in varie discipline, l’assegnazione per la prima volta di borse di studio e dei primi contributi speciali per l’aggiornamento di insegnanti e professionisti delle comunità e il primo seminario di didattica della lingua italiana. Tali manifestazioni sono state riprese e accresciute negli anni successivi.

Nel marzo 1967 l’Università Popolare e l’Unione promossero, invece, quello che è stato più volte definito “il fiore all’occhiello delle due istituzioni”, e cioè il Concorso d’Arte e di Cultura “Istria Nobilissima”. Un concorso, in cui certamente l’attività letteraria (poesia e prosa in lingua italiana e in uno dei dialetti della Comunità Nazionale; teatro; saggistica; ecc.) ha sempre avuto grandissimo rilievo e ha contribuito in modo significativo alla crescita culturale della minoranza italiana. Il concorso, che attualmente si prefigge di promuovere e affermare la creatività artistica e culturale della Comunità Nazionale Italiana di Croazia e Slovenia e di diffonderla nel territorio del suo insediamento storico e in quello della Nazione Madre, comprende anche le categorie “Arti visive” e “Musica”; agli inizi degli Anni Novanta è stato arricchito dal “premio-promozione”, foriero di nuove iniziative per la diffusione delle opere premiate (per esempio quelle di autori come Giacomo Scotti e Alessandro Damiani), e, in seguito, dal premio “Giovani” che porta alla ribalta forze nuove. Nel bando della XXXI edizione è stata aggiunta, inoltre, una categoria concorsuale riservata ai profughi dell’Istria e della Dalmazia, mentre il concorso successivo (1999) ha previsto anche l’assegnazione di un premio giornalistico e di uno riservato a cittadini sloveni e croati con ottima conoscenza della lingua italiana. Le opere vincitrici sono state pubblicate, a scadenza annuale, nelle “Antologie delle opere premiate”, che si sono configurate come strumenti indispensabili per la conservazione e per la trasmissione del ricco patrimonio di letteratura e di cultura del mondo istro-quarnerino.

Molti risultati positivi hanno ampiamente contribuito a confermare l’importanza di questo appuntamento annuale: si devono a questi concorsi l’affermazione e la diffusione della lingua italiana. Hanno, inoltre, acquistato rilievo nuove presenze di autori, poeti, narratori, saggisti, drammaturghi, ecc., che da una parte hanno continuato la lunga e benemerita tradizione della letteratura istriana, dall’altra hanno trattato con sempre maggior apertura i temi suggeriti dalla nuova realtà politico-sociale in cui gli autori si trovavano a vivere e a operare. Perciò è emersa dai loro scritti un’Istria dei contadini e dei pescatori, un’Istria delle fabbriche e, soprattutto, la nuova realtà istriana passata dall’Italia all’ ex Jugoslavia e ai suoi ordinamenti, agli sconvolgimenti bellici degli inizi degli Anni Novanta, e infine ai nuovi stati della Slovenia e della Croazia (1992).

Si può dire che è sorta così una nuova letteratura, che ha avuto con le antologie la sua massima forza di penetrazione e di diffusione, ma che si è espressa anche in tutta una molteplicità di libri usciti per iniziativa di case editrici italiane, slovene, croate, ecc.: ciò indica la possibilità, propria di questa letteratura, di costituire una nuova realtà culturale o di essere considerata una nuova provincia della letteratura italiana; o, anche, una manifestazione della cosiddetta letteratura “di confine” o “di frontiera”, ove il confine o la frontiera non sono e non vogliono essere barriere, chiusure, impedimenti, limiti, ma piuttosto aperture tra culture diverse, che in tal modo possono arricchirsi reciprocamente.

Molti sono gli autori e gli operatori culturali dell’Istria e del Fiumano che hanno variamente contribuito a dar voce alla soggettività e alla legittimità storica del gruppo minoritario italiano; e cioè Osvaldo Ramous, Lucifero Martini, Alessandro Damiani, Giacomo Scotti, Mario Schiavato, Nelida Milani Kruljac, Ester Barlessi, Adelia Biasiol, Gianna Dallemulle Ausenak, Anita Forlani, Umberto Matteoni, Claudio Ugussi, Mario Cocchietto, Laura Marchig, Maurizio Tremul, Ugo Vesselizza, Nirvana Ferletta, Marco Apollonio, Roberto Dobran, Vlada Acquavita, ecc. Nel teatro popolare e dialettale si sono affermati Giusto Curto e Giuseppe Rota; e nell’ambito linguistico e critico Domenico Cernecca, Antonio Pellizzer; ecc.

Molti sono stati i convegni, gli incontri, le tavole rotonde, le numerose conferenze, manifestazioni e iniziative culturali sostenute dalla collaborazione tra l’Università Popolare e l’Unione; un ruolo importante è anche quello del quotidiano “La Voce del Popolo” e della rivista culturale “La Battana”, di cui sono da ricordare soprattutto i numeri tematici sulla “Letteratura dell’esodo” del 1991 (caporedattore Ezio Giuricin) e l’attuale ampio ventaglio di argomenti che caratterizza la gestione del periodico, affidata a Nelida Milani Kruljac.

Come si è detto, l’Università Popolare di Trieste ha quindi preparato e incrementato l’atmosfera, attraverso la quale i nuovi scrittori del dopoguerra, con l’aggiunta di Ramous, che fa da tramite tra la vecchia e la nuova generazione istriana, hanno avuto modo di informarsi, di aggiornarsi, di leggere e di meditare sugli scrittori nazionali e talora anche su quelli della maggioranza, con cui hanno in comune importanti spunti tematici.

Per quanto riguarda l’attività letteraria hanno un ruolo essenziale le accennate conferenze o cicli di conferenze, affidate spesso a rappresentanti insigni della letteratura e della saggistica italiana che hanno più volte introdotto i seminari linguistico-scientifici, nei quali, ovviamente, la letteratura ha avuto una funzione dominante. Sono da ricordare pertanto, tra i nomi di grande prestigio, quelli di Giorgio Bassani, Carlo Cassola, Pasquale Festa Campanile, Fulvio Tomizza, Giancarlo Vigorelli, Andrea Zanzotto, ecc.; e tra quelli triestini e giuliani, Marcello Fraulini, Bruno Maier, Claudio Magris, cui sono da aggiungere Paolo Blasi, Cesare Brumati, Dino Saraval, IreneVisintini, ecc.

Accanto ai Seminari triestini l’Università Popolare, in collaborazione con l’Unione, ha organizzato numerosi seminari a Rovigno, a Portorose e in varie altre sedi scolastiche dell’Istria e del Fiumano. Ci sono state anche delle pubblicazioni di libri non legate strettamente ai concorsi, mentre qualche scritto propriamente letterario è reperibile anche negli “Atti” del Centro Storico di Rovigno. Ne risulta un’imponente mole di attività culturale, che fa onore ai sodalizi che l’hanno organizzata: l’Università Popolare ha effettivamente contribuito alla conservazione e all’incremento della letteratura italiana nel territorio istro-quarnerino.

Nonostante la benefica influenza dell’osmosi linguistica, la pressione o il predominio delle due lingue dominanti rivelano una ripercussione spesso negativa sul corretto uso dell’italiano. Resta il problema dei dialetti, sui quali il processo corruttore è meno evidente, data la natura tradizionale e conservatrice dell’espressione dialettale. Un’importante opera di rivalutazione del significato della tradizione dialettale istroveneta e istroromanza all’interno della letteratura italiana è stata condotta dall’Università Popolare: proprio nel dopoguerra il dialetto ha attratto grandi poeti, come Ligio Zanini, che con la “mitologia della piccola patria”, con il suo “mondo/ péicio ” di Rovigno si è affermato ormai a livello nazionale; e così altri autori delle generazioni del dopoguerra, come Giusto Curto, Lidia Delton, Loredana Bogliun Debeljuh, ecc. Sfuggita alla distruzione delle culture e delle differenze, la produzione dialettale, per la sua viva sensibilità ai valori linguistici e letterari, per la sua volontà di testimoniare esperienze allo stesso tempo personali e sociali, ha costituito per il gruppo minoritario in Istria una sorta di ancora di salvezza, capace di esorcizzare il rischio dell’afasia.

Per tutte queste ragioni si può affermare che l’attività dell’ Università Popolare, con le sue strategie sempre adeguate al corso del tempo, ha grandemente contribuito al sostegno della lingua, della letteratura, dell’identità stessa del gruppo nazionale italiano, che ha potuto esprimerle in opere veramente pregevoli e durature.

È necessaria, a questo punto, un’appendice che prenda in considerazione l’attività dell’Università Popolare nella provincia di Trieste, che ha avuto inizio con i primordi stessi del sodalizio e ha ripreso con maggior slancio negli anni successivi al 1947: pubbliche conferenze, manifestazioni musicali, viaggi d’istruzione e soprattutto il complesso dei corsi d’istruzione (centrali, periferici, provinciali), comprendenti varie discipline, tra cui quelle letterarie, prolusioni alle opere liriche; ecc. Tale attività è dedicata nel centro città in prevalenza alla classe impiegatizia, in periferia a quella operaia, alle casalinghe, ecc.. Nell’ambito letterario è necessario ricordare il “premio Haydée”, istituito nel 1950 da Mario Finzi “in ricordo della sorella Ida Finzi (Haydée), scrittrice e giornalista di grande merito, con un concorso annuale a premio per una prosa d’arte fra le alunne dell’ultima classe delle scuole medie superiori”.

Un particolare rilievo ha acquistato, però, il Concorso a premi di lingua italiana “Leone di Muggia”, istituito inizialmente dalla sezione di Muggia dell’Università Popolare nel 1955, sotto la presidenza del prof. Mario Picotti, in collaborazione con quel Comune, fra i “lavoratori della mente, del braccio, studenti e scolari”. I lavori premiati vengono pubblicati nella rivista “Borgolauro” di Muggia. Significativo sia per l’autorità della Commissione giudicatrice che per la presenza, tra i concorrenti, di scrittori nuovi o di autori già giustamente apprezzati, il concorso ha contribuito a elevare il livello culturale del territorio triestino, muggesano e regionale, che hanno avuto una loro importante espressione e arricchimento dei quadri letterari.

Un discorso particolare va fatto sull’attività editoriale dell’Università Popolare, indissociabile da quella culturale e letteraria in senso stretto: accanto alla casa editrice EDIT e alle varie pubblicazioni dell’area istro-quarnerina, cui si è già accennato, sostenute dal sodalizio triestino, è da ricordare almeno la collana “Biblioteca Istriana”, diretta da Bruno Maier, edita dall’ Università Popolare con la collaborazione dell’Unione Italiana, nella quale sono comparsi numerosi testi di autori istriani del presente e del passato, inclusi i maggiori. Si può dunque parlare di una bivalenza o bipolarità dell’Università Popolare, nella cui sfera d’interesse rientrano la provincia di Trieste e il territorio istro-quarnerino: si tratta di un’ istituzione che, nel corso degli anni, si è confermata al di qua e al di là del confine come prestigiosa espressione di cultura, anche letteraria, e in particolar modo ha saputo mantenere e tutelare l’identità italiana in tutto il territorio di insediamento storico del gruppo minoritario, stimolando anche il suo rinnovamento civile, culturale e umano.

Ma noi sappiamo che nella sigla dell’Università Popolare sta scritto: “Nec arma nec opes sed artes et scientiae perennant”: non si poteva trovare un migliore inveramento di quest’auspicio che è diventato e continua ad essere una significativa e meritoria realtà.