1899-1914

Università Popolare di Trieste 1899-1999, Cent’anni di impegno nella tutela e promozione della cultura italiana a Trieste e la sua Provincia, in Istria, Fiume e Dalmazia
Diego Redivo, Storia dell’Università Popolare di Trieste

Nell’Italia di fine Ottocento profondamente segnata dalla disfatta crispina e dai successivi tentativi di dare una risposta politica dal sapore autoritario, l’avvento della società di massa, destinata a manifestarsi compiutamente nei primi anni del XX secolo, aveva innescato un ampio dibattito sociale e culturale.
Il fine ultimo di tante e continue riflessioni era di garantire l’inserimento effettivo e ormai non più procrastinabile degli strati popolari – come evidenzia con sapienza d’artista Giuseppe Pellizza da Volpedo nel suo quadro dedicato al “Quarto Stato” (1896-1902) nella struttura e nella vita dello Stato nazionale.
La frattura manifestatasi con chiarezza durante il Risorgimento tra la ristretta élite combattente e le masse popolari, rappresentava un reale pericolo di deflagrazione per l’ancor fragile Stato nazionale italiano se non si poneva rimedio con un deciso processo di integrazione nella vita del paese di quei ceti finora esclusi che iniziavano a rivendicare, con le varie organizzazioni sindacali e politiche, un autentico diritto di cittadinanza e di elevazione sociale.
Il problema della ristretta élite liberale di governo, ben consapevole delle esigenze della società moderna, consisteva, dunque, nel tentare di coinvolgere le masse nelle dinamiche produttive e anche, almeno parzialmente, in quelle decisionali della nazione, il che voleva dire giungere a una più equa ripartizione della ricchezza e all’ottenimento di più certi e garantiti diritti.
Si trattava in altre parole di far quadrare il cerchio, di realizzare cioè un incontro positivo tra i due termini politici che nel percorso ottocentesco della società capitalistica sembravano essere in totale contrapposizione: si doveva cercare, dunque, di far coincidere “classe” e “nazione”, ovvero, secondo la dialettica marxista, il simbolo ideologico del proletariato con quello della borghesia.
Ed è proprio sul tentativo di composizione tra questi due referenti politici che si giocava la capacità delle élite di potere che si inoltravano nel XX secolo di condurre a termine il processo d’integrazione popolare nello Stato nazionale.

Dunque, quel processo di sviluppo capitalistico che aveva portato a una dinamica di sradicamento dalle campagne, di urbanizzazione, di formazione di un proletariato che nelle organizzazioni di mutuo soccorso, nei sindacati, nelle cooperative, nei circoli culturali acquisiva una coscienza politica in grado di trasformarlo in una classe “generale” capace di sovvertire i tradizionali rapporti di potere, aveva generato un ceto operaio che sembrava trovare nel socialismo una più o meno adeguata risposta ai propri bisogni, di cui anche la Chiesa cattolica pareva rendersi conto se nel 1891 con l’enciclica Rerum Novarum aveva preso atto di una questione sociale ormai ineludibile.
La questione nazionale doveva quindi venir ripensata per non continuare a esser considerata uno strumento borghese volto a mantenere in stato di minorità politica il proletariato emergente, idealmente internazionalista.
Per la classe dirigente del Regno s’imponeva, dunque, l’acquisizione di nuovi e più raffinati strumenti di controllo del potere nel proprio ambito territoriale oppure dove l’appartenenza di alcune regioni italiane a un altro Stato era posta in discussione – ed è appunto il caso della Venezia Giulia – di formazione e sviluppo di una coscienza nazionale dalla quale poi trarre, col tempo, le inevitabili conseguenze.
Operazione condotta efficacemente attraverso l’utilizzo di strumenti culturali quali il teatro, la musica, la letteratura, la pittura, lo sport, capaci di diffondere riti e simboli atti a rendere coscienti le masse dei valori politici e spirituali della propria comunità d’appartenenza e a incutere rispetto e obbedienza verso chi si faceva carico – come si usava dire – degli “alti destini della Nazione”.
Si trattava, dunque, di “nazionalizzare le masse” formando idealmente e culturalmente la mentalità degli individui.

In quest’ambito s’inseriscono la discussione e la creazione delle Università Popolari.

Maria Grazia Rosada (Le Università popolari in Italia, 1900-1918, Roma, Editori Riuniti, 1975, p.7), che ha studiato compiutamente l’origine di tali istituzioni, mette in luce alcune motivazioni che stanno alla base, in un’epoca di grandi slanci riformistici, della loro creazione, ovvero “la politica del governo, volta a conquistare nuovi consensi allo Stato liberale borghese; la linea di collaborazione con le forze democratiche attuata dal Partito socialista; la pressione esercitata sulle strutture della società dall’espandersi del movimento operaio e contadino; l’avvicinamento di vasti gruppi intellettuali agli interessi delle classi lavoratrici; l’estendersi dell’impegno associativo e rivendicativo dei lavoratori anche a categorie borghesi o piccolo-borghesi; l’urgenza del dibattito sulla cultura popolare e sulla scuola”.
Inoltre, le trasformazioni sociali dell’Italia a cavallo dei due secoli portarono a una vittoria della parte più avanzata della classe di potere ma non a un ribaltamento dei tradizionali rapporti di forza.
Da qui un’esigenza sentita dal movimento socialista di agire più sul piano riformista che su quello di radicali cambiamenti sociali, puntando a un miglioramento qualitativo e quantitativo del movimento operaio, così da renderlo una componente essenziale della società italiana, agendo anche sulla saldatura avvenuta tra il Partito socialista e larghi settori della piccola borghesia, dell’artigianato cittadino e di numerosi intellettuali progressisti che ne apprezzavano sia il prestigio acquisito nelle varie battaglie sociali sia l’abbandono delle utopie rivoluzionarie.
Come aveva notato Gioacchino Volpe (Italia moderna, vol. II, Firenze, Sansoni, 19732, pp. 32 – 33. ), i socialisti, infatti, assumendo una posizione riformista con l’adozione di un programma minimo che qualsiasi sistema di democrazia borghese avrebbe potuto accettare senza sentirsi minacciato, avevano posto le condizioni per saldare la cesura fino ad allora esistita tra classe dirigente e classe lavoratrice, fornendo “un sostegno in posizione subalterna all’iniziativa riformatrice assunta dalla borghesia progressista giolittiana” (ROSADA, Le Università popolari in Italia 1900 – 1918, p.10). E, scrive ancora la Rosada, una cospicua presenza di intellettuali all’interno del Partito socialista fece sì che, con i presupposti politici già evidenziati, non vi fossero soverchie difficoltà all’incontro tra questa “classe dei colti” e una certa borghesia illuminata che parlava “il comune linguaggio del positivismo evoluzionista”(ROSADA, Le Università popolari in Italia 1900 – 1918, p.10), un linguaggio cioè fiducioso nell’ascesa sociale delle classi disagiate, nella necessità di abbattere steccati economici e sociali, nella funzione salvifica della cultura che fornendo alle masse incolte un adeguato grado di alfabetizzazione volto a prepararle all’uso dei moderni sistemi di produzione, ne avrebbe disinnescato la potenziale carica sovversiva.

Dunque, dai dibattiti sulla riforma scolastica e sull’istruzione in genere le Università Popolari emersero, come già da tempo stava accadendo in Europa, come uno degli strumenti più importanti per affrontare la questione sociale.
Il confronto che si sviluppò per quasi un anno sulla stampa italiana mise in luce come dall’idea delle Università Popolari e dalla collaborazione tra la borghesia progressista e le forze socialiste – collaborazione vista con sospetto dalle forze conservatrici e soprattutto da quelle cattoliche, che in seguito, però, crearono proprie università – emergesse “volontà di rinnovamento e paura di troppo radicali mutamenti; scelta di concessioni spontanee per prevenire richieste più impegnative; desiderio di educare, ma solo nel senso di ‘portare al popolo’ la cultura della classe dominante; programmi abbastanza chiari nei pur generici obiettivi, ma non nei contenuti e nei metodi; fede quasi mistica nella scienza positiva” (ROSADA, Le Università popolari in Italia 1900 – 1918, p. 11).
Inoltre, nei vari interventi non mancava un certo tono paternalistico con cui ci si riferiva al “popolo” e la costante preoccupazione di rassicurare circa possibili utilizzazioni di parte; mentre la voce dei socialisti non si distingueva dalle altre, perfettamente mimetizzata dietro argomentazioni evoluzionistiche e cauti obiettivi di riformismo e pacifico sviluppo della società.

La prima Università Popolare che sorse in Italia fu quella di Torino, inaugurata nel novembre del 1900, ma quasi contemporaneamente analoghe iniziative si realizzarono in molte altre città italiane, soprattutto del nord e del centro.
Al sud, invece, le Università Popolari furono poche anche perché, essendo precluse agli analfabeti, non riuscirono a penetrare nel mondo contadino, rivolgendosi, dunque, quasi esclusivamente a un ceto operaio già evoluto, che era possibile trovare solo nelle aree più industrializzate del Paese.
Personalità di primo piano nel nascente panorama delle Università Popolari italiane fu Francesco Lorenzo Pullè, preside di quella bolognese intitolata a Giuseppe Garibaldi, ed esponente di spicco del settore sia a livello di federazione nazionale che internazionale.
A lui si rivolse, con un ispirato discorso che può servire a far capire gli obiettivi dell’istituzione culturale e le differenze rispetto alla particolare realtà triestina, Giuseppe Martinozzi (Del fine più elevato e tutto proprio delle Università popolari, Bologna, Zamorani e Albertazzi, 1904) che nel 1904 si chiese quale fosse il “fine più elevato e tutto proprio delle Università Popolari”.
Lo sforzo nazionalizzatore e di controllo sociale emergevano chiaramente quando Martinozzi (Del fine più elevato e tutto proprio delle Università popolari, p. 5) rilevava come autentiche “masse di nebbia” e di pregiudizi circondassero l’opera delle Università Popolari, viste da qualcuno persino come strumenti preparatori di una futura rivoluzione.
Niente di più sbagliato, secondo lui, e dalle sue parole emergevano sì finalità nobili ma sostanzialmente conservatrici, in quanto egli esprimeva la necessità di portare la cultura a chi non aveva avuto la fortuna di averne, di andare incontro alle esigenze spirituali del popolo e, soprattutto, di educarlo ma di educarlo precisamente a quei valori liberali e borghesi che stavano alla base del processo unitario italiano.
Partendo, quindi, da presupposti rivolti alla ricerca della tranquillità sociale e al mantenimento dell’ordine costituito, Martinozzi non poteva fare a meno di porsi alcune questioni fondamentali pensando ai risultati che una tale politica culturale voleva ottenere.
Si chiedeva, cioè, se essa non avrebbe finito per risvegliare nel popolo “accanto alla fame del pane di grano l’altra fame, sinora latente, del sapere, del quale anche meno che del primo (potrebbe) poi saziarsi”, costituendo, quindi, una fonte di pericolose inquietudini sociali; ma, d’altra parte, egli non accettava nemmeno l’accusa che l’Università Popolare fosse stata pensata per “addormentare, per spegnere o distrarre nel popolo lo spirito di lotta contro ciò che ne prolunghi l’inferiorità” (Del fine più elevato e tutto proprio delle Università popolari, p. 6).
Forzature interpretative, diceva Martinozzi, che avevano spinto le autorità accademiche a tener saggiamente escluso dai programmi dell’Università Popolare qualsiasi riferimento alla vita politica, così da non infiammare gli animi o da dare la sensazione di volerli condizionare.
Pretesa – bisogna riconoscere – piuttosto utopistica in un ambito come quello culturale dove ogni manifestazione di pensiero presuppone una visione del mondo e un’estrinsecazione di valori, ovvero una manifestazione politica in senso lato.
Posizione che egli rendeva palese affermando che “dal frazionamento di popoli proprio del medioevo siamo gradatamente ascesi, in quasi tutta l’Europa, alle vaste unità nazionali. Immenso progresso nella vita politica obbiettivamente considerata. Ma contemporaneamente un complesso di cause è andato, un po’ per volta, spezzando (l’unità della vita sociale); e non ha finora permesso che ai vasti lari della nazione l’individuo si scaldi e riconosca se stesso, come già al breve focolare del Comune o della parrocchia feudale. Alla necessità che hanno gli uomini di amarsi non possono provvedere che col conoscersi intimamente; e per conoscersi debbono necessariamente avvicinarsi e scaldarsi di palpiti comuni, e non soltanto scambiarsi mercanzie gareggiando nella lotta per la ricchezza. Ora, a questi contatti delle anime, la società moderna non porge che molto rare e molto dubbie e molto insufficienti occasioni” (Del fine più elevato e tutto proprio delle Università popolari, p. 11).
Come a dire che di fronte all’atomizzazione della società moderna vi era la necessità di infondere nella comunità i valori funzionali a quello Stato di cui lui era un’espressione in qualche modo dirigente e, dunque, soprattutto a questo dovevano servire, per l’oratore, le Università Popolari.

In Italia, almeno, come emerge con chiarezza dal discorso preso in esame.
Ma vi era un’altra realtà, apparentemente ignota a Martinozzi. Quella, cioè, dell’Università Popolare della Venezia Giulia ancora irredenta, dove il ruolo di tale istituzione doveva essere, invece, radicalmente diverso e, di fatto, rivoluzionario.
Sicuramente non rivoluzionario nel senso che indicò nel 1918 l’anarchico Luigi Molinari, per il quale vi fu “errore degli intellettuali, di non aver compreso che (l’Università Popolare) doveva essere una scuola rivoluzionaria nei fini e nei metodi; errore dei lavoratori e dei proletari i quali credettero di poter avere con mezzi borghesi una scuola di verità e di libertà” (LUIGI MOLINARI, La necessità di un divorzio, “L’Università popolare”, 1, 1918, p. 4).

La rivoluzione ipotizzata per la Venezia Giulia consisteva in ben altro, ed era non tanto sociale bensì nazionale, in quanto diffondere e sviluppare nelle terre adriatiche la cultura italiana nelle classi popolari rappresentava un atto autenticamente sovversivo, destinato a preparare il distacco della regione dal nesso statale asburgico per realizzare il sogno irredentista.
E, d’altra parte, qualche anno più tardi, proprio il Pullè ebbe modo di affermare, davanti all’uditorio giuliano, che “l’Università Popolare di Trieste ha una missione speciale e santa, che sa compiere e bene; voi m’intendete”, facendosi così bandire dal territorio asburgico e provocando la proibizione delle conferenze per l’intero anno didattico 1910-1111.
Bene ha scritto, dunque, Elio Apih che “se sotto l’aspetto morale gli austroitaliani erano Kulturnation, sul piano del peso politico in Austria erano più vicini ai ‘popoli senza storia’. Da qui una certa disponibilità ad operare come forza ‘antistorica’, in qualche modo sovversiva, partendo dai germi dell’antitradizionalismo borghese” (ELIO APIH, Trieste, Roma – Bari, Laterza, 1988, p. 98).

Ipotesi particolarmente vera in un momento storico di grande crescita e trasformazione per Trieste che, tra il 1890 e il 1914, vedeva il governo austriaco impegnato a saldare economicamente la città con il suo retroterra, cercando al contempo di risolvere le gravi conflittualità interne che stavano disgregando l’impero; operazione politica ed economica che, invece, in seguito all’immigrazione di una notevole quantità di manodopera slava cominciò a cambiare l’identità etnica della città, rendendola uno dei luoghi cruciali della conflittualità nazionale nell’impero asburgico.
Nella società triestina del tempo, in una dinamica di “difesa nazionale” che doveva fare i conti con la Triplice Alleanza che legava l’Italia agli Imperi Centrali, bisognava dunque opporsi da un lato a una rapida trasformazione etnica della città e dall’altro all’acuirsi della contrapposizione di classe a scapito di quella nazionale.
Contrapposizione che avveniva soprattutto perché nella Venezia Giulia il movimento socialista prendeva atto della situazione etnicamente mista della città e conduceva una politica rigidamente internazionalista identificando nella questione nazionale uno strumento utilizzato dalle opposte borghesie nazionali per tenere diviso e sottomesso il proletariato.
Dunque, quella collaborazione tra borghesia e partito socialista esistente nel regno d’Italia diventava impraticabile nella realtà giuliana.

Per questo motivo il compito dell’Università Popolare era, dunque, rivolto soprattutto a recuperare alla questione nazionale le “anime perse” attratte dal socialismo, sommandosi ad altre strutture culturali quali la Società per la lettura popolare, l’apparato delle biblioteche popolari circolanti e, dal maggio del 1908, la Società del teatro popolare.
Il fine era inequivocabile, come appare chiaramente dai documenti dell’epoca: “La diffusione della cultura popolare (…) non sarà mai abbastanza grande, mai abbastanza estesa se vogliamo, nella lotta economica e nazionale che si combatte intorno a noi, assicurare la vittoria alla nostra bandiera” (Primo rendiconto delle biblioteche popolari circolanti di Trieste, Trieste, 1903, pp. 4-5 ora in ANNA MILLO, L’elite del potere a Trieste. Una biografia collettiva 1891 – 1938, Milano, Franco Angeli, 1989, p. 178).

Dunque, non solo la formazione culturale ma anche la maturazione di una futura classe dirigente – popolare ma opportunamente educata – piúconsona ai tempi nuovi era l’obiettivo dell’élite politica triestina. Anche perché bisognava prepararsi all’ormai imminente concessione del suffragio universale – avvenuta poi nel 1907 -, strumento reclamato proprio dal movimento socialista con il benevolo appoggio dello stesso Francesco Giuseppe che lo interpretava come un valido strumento per indebolire le opposte borghesie nazionaliste. E, quindi, suffragio universale significava, per chi aveva retto fino ad allora il potere dover adeguarsi ai tempi nuovi e dover inseguire il voto di milioni di persone, le meno abbienti, finora trascurate.
E come osservava un protagonista della lotta politica del tempo – Ruggero Timeus (R. Fauro) – per gli austro-italiani l’appartenenza al partito liberal-nazionale, – costituito da “una plutocrazia conservatrice”, da una piccola borghesia democratica, da un proletariato indeciso tra democrazia e socialismo nazionale e, soprattutto, da una borghesia intellettuale che era pronta “a concedere tutto, ad adagiarsi a tutte le pretese e a tutte le ideologie” purché fosse salvata l’unità delle forze italiane – implicava la necessità di legarsi “con cento catene” e di trascinare sempre “lo stesso carro, per la stessa via, con la testa bassa senza guardare intorno”.
Così, in un partito che rappresentava migliaia di elettori “di tutte le opinioni, di tutte le classi, di tutti gli interessi” tenuti assieme dall’unico filo “di un lontano ideale”, qualsiasi teoria politica diventava “un lusso intellettuale”.

Per questo, di fronte a un governo che tentava, con vari mezzi, di indebolire il predominio italiano in città e al partito slavo che sfruttava ogni occasione per conquistare posizioni strategiche, la classe dirigente italiana di Trieste doveva sopportare in silenzio qualsiasi condizionamento provenisse dalla sua base elettorale; ma, soprattutto, a quell’internazionalismo socialista che nel 1907 conquistò momentaneamente la maggioranza relativa, doveva contrapporre “puramente e semplicemente l’idea nazionale”. Questa “ipertrofia della passione nazionale”, come l’ha suggestivamente definita Ernesto Sestan, questo “punctum dolens ossessionante della nazionalità” – giustificato peraltro dalla situazione – per il quale ogni cosa veniva giudicata in base al grado di utilità patriottica, dava il tono, quindi, anche all’azione dei dirigenti dell’Università Popolare.
D’altra parte questo particolare modo d’intendere l’istituzione non era difforme da altre analoghe realtà europee. Infatti, se nei paesi dove non vi erano questioni politiche e nazionali particolari esse potevano effettivamente adempiere esclusivamente alla loro funzione educativa, in quelli dov’erano ancora in discussione problemi di libertà e di indipendenza nazionale esse assumevano un significato del tutto diverso come in Norvegia, ancora unita alla Svezia, in Finlandia, sottomessa alla Russia, ma soprattutto nell’impero asburgico, dove il movimento d’istruzione popolare, avviatosi nel 1860, si sviluppò progressivamente in Ungheria, in Boemia, in Slovacchia, nella Venezia Giulia e in tutti questi territori il suo significato era precisamente quello espresso dal boemo professor Drtina che al I Congresso internazionale per le opere di educazione popolare (1906) non ebbe difficoltà ad ammettere che in Boemia, organizzando corsi popolari in lingua ceca per il popolo, si cercava di promuovere “quel risorgimento che avrebbe dovuto condurlo alla libertà”. Anche per gli austro-italiani come per i boemi, quindi, si andava profilando la possibilità di diventare gli artefici della conclusione di quel Risorgimento nazionale che fin dalle prime battute si era manifestato come un movimento carente di forze popolari.
E l’Università Popolare di Trieste avrebbe potuto contribuire a completare l’opera risorgimentale portando in dote proprio quelle masse popolari assenti negli eventi bellici e politici dell’unificazione italiana.

Di Università Popolare si cominciò a discutere al Consiglio comunale di Trieste la sera del 27 dicembre 1899. Ai consiglieri si chiedeva di deliberare sulla proposta della Commissione all’istruzione pubblica “di istituire lezioni serali per adulti e di organizzare lezioni pubbliche (Università del popolo)” . Le linee generali della sua attività erano state illustrate nella relazione presentata al Consiglio da Giuseppe Mazorana, il quale, rilevata l’insoddisfacente situazione educativa e culturale delle masse, soprattutto quelle di recente immigrazione, proponeva, a nome della commissione scolastica, “l’istituzione di un comitato speciale (…) al quale sia affidato l’incarico di istituire delle lezioni pubbliche atte a sollevare la coltura generale della nostra popolazione, da tenersi nei giorni festivi in sale pubbliche o in teatri, nelle quali vengano esposte a larghi e vigorosi tratti le nozioni fondamentali dei vari rami dello scibile, valendosi a tale scopo di disegni, tabelle ed esperimenti, o di qualsiasi altro mezzo atto a spiegare e ad imprimere saldamente queste cognizioni anche in menti affatto digiune di qualsiasi cultura”.
Approvata l’istituzione d’una scuola serale per adulti maschi, il Consiglio stabiliva che “fosse istituito un comitato speciale, composto di quattro membri del Consiglio comunale e di cinque cittadini eletti dal Consiglio con l’incarico di organizzare lezioni pubbliche” e che “fosse messo a disposizione di questo comitato l’importo di annui fiorini 2000 per la durata di un biennio” .
Il 12 gennaio 1900 vennero così eletti a farne parte i consiglieri comunali Ferruccio Cimadori, Aristide Costellos, Giuseppe Mazorana e Felice Venezian insieme ai “cittadini” Bernardo Benussi, Giuseppe Caprin, Achille Costantini, Riccardo Pitteri, e Vitale Laudi. La nuova istituzione venne perciò impostata come una scuola libera dipendente dal Comune; accortezza derivata dal fatto che, in tal modo, era più semplice sottrarla, almeno in parte, all’ingerenza delle autorità costituite che, altrimenti, non si facevano scrupoli di sciogliere quelle società che a loro modo di vedere svolgevano un’attività politica contraria agli interessi dello Stato.
Inoltre, una società avrebbe dovuto autofinanziarsi con il denaro dei propri frequentatori, cosa del tutto impensabile rivolgendosi ai ceti popolari della città, per cui il sostegno dell’ente pubblico appariva assolutamente vitale.
Tuttavia, nel dibattito consiliare, non mancarono dissidi tra esponenti dello stesso partito, esempio tipico dello scontro epocale in atto tra una mentalità liberale ancora elitaria e aristocratica con una più aperta alla moderna società di massa.
Del primo tipo fu, infatti, l’intervento di Felice Venezian secondo il quale non era compito del nuovo organismo direttivo quello di mettersi “in contatto con la classe operaia. Si tratta di una commissione che ha da ordinare pubbliche lezioni e che deve essere a contatto con persone di scienza, capaci di condur bene l’istituzione. Quali siano i bisogni della classe operaia in fatto di cognizioni, noi li andiamo ad apprendere nelle scuole che abbiamo frequentate, e sappiamo quali siano le cognizioni che hanno ad avere e non possiamo pretendere questo da chi ne sa meno di noi” .

Comunque, pur tra così diverse opinioni strategiche la commissione si accinse a impostare un programma d’insegnamento, a contattare i possibili insegnanti, a trovare gli ambienti adatti dove svolgere l’attività e a procurarsi i mezzi didattici fondamentali, pur tra le ristrettezze finanziarie.
Come sedi pubbliche furono attrezzate la “grande Palestra dell’Unione Ginnastica per le conferenze domenicali, la sala della Borsa e quella del Ricreatorio degli Amici dell’infanzia per le lezioni serali”.
Il costo del biglietto d’ingresso venne fissato in 10 e in 6 centesimi rispettivamente per le conferenze domenicali e per le lezioni serali; per i corsi di lezioni si vendevano invece abbonamenti al prezzo di 30 centesimi, qualunque fosse la durata del corso.
La realizzazione della parte programmatica, didattica e organizzativa, occupò tutto il 1900. Appena il 25 novembre di quell’anno, infatti, a precedere il regolamento dell’istituzione e il programma per il primo mese d’attività, si redasse, ma non si poté esporre perché “in contrasto con le leggi scolastiche” , il seguente manifesto rivolto alla cittadinanza:

Concittadini!
L’Università del Popolo, la cui prima idea è dovuta a Giovanni Stuart, pubblico docente in Cambridge, vincendo ogni maniera di ostacoli e di diffidenze è giunta ormai a guadagnare il generale consenso.
Rivolta ad aprire le fonti della cultura a quanti ne furono allontanati da più urgenti e più imperiosi bisogni della vita, si propone di spargere una larga messe di cognizioni fondamentali in quelle classi che appunto oggi aspirano a rinnovellarsi con disegno generoso e civile; e vuol raggiungere l’intento col mezzo di lezioni istruttive e ricreative impartite da insegnanti penetrati della speciale indole degli uditori.
La Commissione, nominata dal Consiglio della città di Trieste per avvisare ai modi di dar vita a quest’istituzione, pubblicando il programma con cui le dà il primo inizio, fa sicuro affidamento sul pronto e volenteroso concorso del popolo.

Una settimana dopo, domenica 2 dicembre, l’Università del popolo di Trieste, seconda solo a quella di Torino, iniziava i suoi regolari corsi di lezioni.
Contrariamente alle autorità cittadine, tra cui il podestà Sandrinelli che intervenne in forma privata, un numeroso pubblico accorse all’inaugurazione presso la palestra dell’Unione Ginnastica, dove il professor Michele Stenta tenne la conferenza intitolata Definizione del mondo solare planetario.

I primi anni furono piuttosto difficoltosi, sia dal punto di vista finanziario che da quello didattico, condizione aggravata, inoltre, dalla particolare situazione culturale e politica della città.
Dal lato economico l’iniziale dotazione comunale di 4000 corone si rivelò subito insufficiente, costringendo i dirigenti dell’università a chiedere quasi ogni anno sussidi integrativi.
Dal 1906 servì a sanare in parte la situazione la donazione annuale di 4000 corone devoluta dalla Cassa di Risparmio Triestina (oltre al “lascito Besso” di 3000 lire incorporato al patrimonio sociale) e, dall’anno successivo, l’aumento del finanziamento del Comune che fu portato a 6000 corone.
Ma ancora non bastava e i problemi che si trovò ad affrontare l’ente triestino in termini di affluenza, non sempre soddisfacente, alle iniziative proposte, non facilitava certo il compito dei suoi dirigenti.
Le cause di una certa difficoltà iniziale a raggiungere gli obiettivi proposti furono molteplici. La prima fu senz’altro dovuta alla carenza quantitativa e qualitativa dei docenti. Dovendosi limitare agli insegnanti locali, come avvenne soprattutto nella fase di avvio, appariva chiaro a chi reggeva le sorti dell’Università Popolare che la mancanza, nella Venezia Giulia, di istituti d’istruzione e di cultura superiore, quali la tanto desiderata università italiana, offriva un corpo docente di mediocre livello.
Situazione che costringeva gli organizzatori a limitarsi alle competenze specifiche dei singoli insegnanti, sacrificando così un più organico progetto e, soprattutto, a tralasciare quelle materie tecniche che dovevano essere, invece, uno dei punti forti della nuova istituzione.
Ma fin dall’inizio si palesò che proprio gli operai, in realtà, non frequentavano l’Università Popolare. Evenienza spiacevole che però, come si rilevava già nelle relazioni ufficiali di quegli anni, era condivisa da tutte le analoghe strutture italiane che, create per gli operai, finivano, invece, per essere frequentate quasi esclusivamente dalla borghesia.
A parziale giustificazione si adduceva che le ristrettezze economiche e la stanchezza fisica e mentale di chi doveva guadagnarsi duramente la vita fossero alla base di questa quasi totale defezione operaia dai banchi dell’università.
A Trieste, tuttavia, la questione era radicalmente aggravata dalla contrapposizione politica tra la tendenza nazionale della borghesia e quella internazionalista del proletariato, il quale istigato dal movimento socialista vedeva con sospetto qualsiasi iniziativa proveniente dal Comune liberalnazionale.
La commissione ordinatrice tentò allora di correre ai ripari con varie iniziative propagandistiche e con la richiesta che il Consiglio comunale chiamasse degli operai a dare il loro contributo alla preparazione dei programmi.
Ciò avvenne cooptando nel curatorio dell’ente, il 12 novembre 1901, i tipografi Michele Bratos e Lorenzo Marchig nonché il meccanico Vittorio Gerin; il 6 dicembre successivo vennero coinvolti anche il falegname Alberto Crisman, il calderaio Antonio Podgornik e lo scalpellino Luigi Voltolini, portando così a 15 il numero dei membri della Commissione ordinatrice.
L’anno seguente l’istituzione di un corpo di fiduciari scelti tra gli operai stessi per “dissipare le diffidenze e i pregiudizi che qui, come da per tutto, ingombrano le menti delle masse popolari ignare dei vantaggi che possono e devono recare loro le Università popolari”, ottenne qualche buon risultato che venne, però, dissipato dalla competizione elettorale del 1903 che rinfocolò l’astio del partito socialista e del suo Circolo di Studi Sociali, nei confronti dell’Università Popolare.
I dirigenti del Circolo trovavano infatti inopportuno che dei simpatizzanti socialisti contribuissero al successo di un’istituzione borghese, intimando loro, di conseguenza, il divieto di frequentazione.
La presenza operaia finì così per dissolversi e tra il pubblico borghese che assisteva alle lezioni cominciò a serpeggiare il malumore, in quanto i corsi erano tenuti “in un livello che meglio si sarebbe adattato al popolo assente che non alla borghesia presente” ; protesta legittima che costrinse la Commissione ordinatrice a un drastico cambiamento di rotta anche se la polemica tra il Circolo di Studi Sociali e l’Università del popolo si protrasse anche negli anni successivi.
Testimone e in qualche modo fomentatore di questo scontro fu Scipio Slataper che in una delle sue celebri Lettere Triestine rinfocolò la contrapposizione. Le ingenerose parole del giovane triestino sulla situazione culturale della città provocarono aspri risentimenti e anche la sua palese simpatia per il circolo socialista, opposta alle espressioni dure e sarcastiche usate per descrivere, invece, l’operato dell’Università Popolare, alimentò quella diffusa avversione della borghesia triestina nei suoi confronti che solo la propaganda interventista e ancor più la sua eroica morte riuscirono poi a sanare.
Per Slataper, in una città in cui “missione economica” e volontà nazionale italiana cozzavano irriducibilmente, l’opera del Circolo di Studi Sociali aveva fatto sì “che il movimento intellettuale d’Italia giunto all’Iudri non rinculasse come certe bestie paurose dell’acqua, ma continuasse a vivere nella vita di Trieste, per opera dei suoi migliori rappresentanti” ; invece, l’Università Popolare, la quale, ammetteva l’intellettuale giuliano, cominciava a esser utile “da quando – per insegnamento tedesco – le lezioni cominciarono a far capolino tra il frascame delle conferenze”, gli pareva “nata e cresciuta con una malattia d’ambiente: la preoccupazione contro il socialismo e i socialisti” .
Partendo da questo assunto Slataper fa quindi seguire un diluvio di contumelie sulla qualità delle conferenze (“gragnuola letteraria e artistica luccicante; fatta apposta per stroncare i buoni desideri”)e dei conferenzieri (tra i quali “un occhialuto ignorantello che tuonò in favore del capitale”).
Ma, in sostanza, le parole di Slataper rivelano un sostanziale disprezzo antiborghese, per cui le istituzioni culturali borghesi, smettendola con i piccoli “dispettucci da provincia”, potevano effettivamente esplicare “un’azione completa, concorde, utile sulla sregolata coltura (triestina)”, ma, concludeva in qualche modo contraddicendosi, “il commercio fabbrichi e guidi piroscafi e ferrovie: non istituzioni di coltura. Per queste ci vogliono altri cantieri e altre bussole”.
Insomma, per Slataper la borghesia triestina rimaneva sempre quella che egli aveva già spregiativamente descritto come composta da bottegai in una città dall'”anima troppo bassa, direnata dal senso economico”, rendendo ben poco serene, quindi, anche le sue opinioni sull’Università Popolare.

In parte, però, le polemiche parole di Slataper possono esser considerate anche all’interno di quell’animato dibattito innescato dai collaboratori vociani sull’esistenza o meno di una “cultura popolare” e sull’utilità delle università popolari.
Dibattito che scaturiva dall’aspra contesa emersa in Italia tra la “nuova fede” – l’idealismo – della giovane intellettualità italiana, irrazionalista, volontarista e sostanzialmente aristocratica, e il “freddo” positivismo – visto come una sorta di “religione morta” – che aveva, in sostanza, portato alla creazione delle università popolari italiane e all’incontro tra la borghesia illuminata e il socialismo riformista.
Ma a differenza di Slataper, antiborghese e in qualche misura simpatizzante per il socialismo, Papini, Prezzolini e gli altri collaboratori della “Voce”, filoborghesi e antisocialisti, non erano certamente disposti a difendere i circoli socialisti, che, anzi, Renzo Boccardi accusava apertamente di far fallire ogni iniziativa culturale.
Slataper, dunque, anche se “vociano”, attaccava l’U.P. triestina proprio per la ragione opposta e cioè per il fatto che, nella Venezia Giulia, l’incontro tra la borghesia e il movimento socialista non era mai avvenuto, mettendo così ancora una volta in luce l’eccentricità della realtà culturale e politica triestina rispetto a quella dell’agognata Madre Patria.

Gli intralci politici e le difficoltà logistiche e organizzative già evidenziate spinsero la Commissione ordinatrice a stilare un piano che venne sottoposto e approvato dal Consiglio comunale il 6 novembre 1906.
Tale progetto portò a un riassetto dell’attività dell’Università Popolare che prevedeva tre gradi d’istruzione impartita nei rioni periferici della città in forma di lezione con carattere del tutto popolare, nei rioni centrici pure in forma di lezione ma con carattere scientifico-popolare e le domeniche, in ambiente vasto, in forma di conferenze le quali, per il nome del conferenziere e per l’argomento trattato, fossero atte a destare il più vivo interesse e ad attirare il maggior numero di uditori.
Per quartieri periferici s’intendevano S.Giacomo, Ponziana, il Belvedere, Guardiella, cioè i rioni operai dove l’operazione di entrismo della borghesia nazionale triestina non aveva ancora avuto successo. Per sede centrica si pensava, invece, alla sala della Borsa dove svolgere un’attività scientificamente più elevata, in sintonia con la maggior preparazione culturale di chi la frequentava.
Tuttavia, pur con tale riorganizzazione, il programma alquanto nutrito stilato per l’anno accademico 1907-1908 non ebbe molto successo. Un ulteriore aggiustamento, in particolare al calendario delle lezioni, fece sì che prima del 1910, anno di svolta per l’ente, il pubblico tornasse ad essere numeroso.
Ciò avvenne sia organizzando visite ai principali stabilimenti industriali e gite sociali nelle principali città italiane (visite ricambiate poi, e il significato politico appare ovvio, dalle consorelle italiane), ma soprattutto grazie alle conferenze domenicali che crebbero d’importanza quando si poterono proporre conferenzieri venuti dal regno d’Italia, che approfittavano dell’invito avuto da altri circoli culturali, in particolare della Società di Minerva, per parlare anche all’Università del popolo, che poi cresciuta di prestigio si organizzò in proprio tali conferenze.
Il successo fu notevole, dapprima nella palestra di via Farneto e poi in quella di via della Valle, con punte d’affluenza che sfioravano, a volte, le 1500 unità, mentre il sunto consuntivo del primo decennio di attività poteva vantare una presenza complessiva di pubblico, tra le lezioni e le conferenze, che ammontava a 214.446 persone.

Le conferenze e le lezioni di questo stesso periodo affrontarono i più disparati argomenti di letteratura, arte, musica, storia, geografia, astronomia, diritto, economia, medicina, fisica, chimica, scienze naturali, e tecnologia accanto ai concerti musicali – una settantina tra il 1902 e il 1914 – che furono una delle più brillanti e apprezzate iniziative dell’U.P. e che largo successo ebbero anche in seguito.
Non vi è dubbio che fu nel campo umanistico che si manifestò più cosciente l’indirizzo nazionalizzatore dell’istituzione in quanto la maggioranza dei temi affrontati vertevano su argomenti di cultura italiana che spesso davano spunto a manifestazioni di spontaneo patriottismo come successe nel novembre del 1903 alle tre conferenze di Ippolito Tito D’Aste sul “viaggio di Dante attraverso l’inferno, il purgatorio e il paradiso”.
Il riferimento a Beatrice ornata di tre colori e al “Carnaro che Italia chiude” suscitò gli entusiastici applausi della folla provocando un successivo intervento censorio della polizia che avvisò la Commissione che “probabilmente” altre conferenze del prof. D’Aste sarebbero state proibite; minaccia poi caduta, in quanto egli si ripresentò al pubblico triestino nel dicembre dell’anno successivo per parlare di Petrarca.
Tuttavia l’incidente dantesco costrinse i dirigenti dell’istituto a presentare alle autorità il copione di ogni successiva conferenza.
Ciò non precluse, però, che gli entusiasmi patriottici si ripetessero, com’era frequente del resto sia al Politeama Rossetti che al Teatro Verdi in occasione delle rappresentazioni verdiane, durante le conferenze dedicate ai poeti italiani, come ad esempio quella di Giuseppe Lesca sulle “glorie della nostra lingua” (17 novembre 1907), che provocò un corteo spontaneo inneggiante a Garibaldi, e quella del 22 dicembre successivo che fu inframmezzata da un lancio di volantini in ricordo di Guglielmo Oberdan a venticinque anni dall’impiccagione mentre G. B. Garassini illustrava l'”Ellade classica”, azione dimostrativa che costrinse la polizia a revocare il permesso generico di organizzare conferenze, costringendo l’U.P. a chiederlo di volta in volta.

Ma altri personaggi trovarono difficoltà nei loro rapporti con le autorità asburgiche.
Tra questi il sociologo lombardo – trentino Scipio Sighele, che all’Università Popolare di Trieste tenne due conferenze, la prima il 22 marzo del 1903 sul “problema dell’educazione”, la seconda il 28 novembre del 1909 dedicata a un ricordo di Cesare Lombroso. Il ricordo lombrosiano gli provocò dei fastidi con le autorità che sommati, in seguito, al suo contributo alla fondazione dell’Associazione Nazionalista Italiana al Congresso di Firenze del dicembre 1910, dove tenne la relazione su “irredentismo e nazionalismo”, e la comparsa di due suoi articoli sulla rivista parigina “La Revue” nei primi mesi del 1912 nei quali inneggiava all’impresa libica dell’Italia come presupposto per la rivendicazione delle terre adriatiche, gli costarono il bando dai territori dell’impero.
L’apporto di Sighele comunque mette in luce come, nonostante qualche intoppo, all’Università Popolare si riuscisse a far passare esponenti politici e uomini di cultura italiani decisamente scomodi per il loro nazionalismo e per le loro simpatie irredentiste.
L’esempio più lampante riguarda due celeberrimi intellettuali italiani, entrambi ospiti dell’istituzione triestina. Il primo fu Filippo Tommaso Marinetti, di lì a pochi mesi fondatore del movimento futurista, che il 6 dicembre 1908 parlò – e l’argomento è altrettanto emblematico – di Gabriele D’Annunzio. Concludendo la sua conferenza Marinetti inneggiò all’università italiana a Trieste, il simbolo, cioè, della lotta nazionale, condannando i “medievali tiranni”. Chiamato dalle autorità a discolparsi, egli dovette dettare e firmare un documento in cui spiegava che cosa intendesse per tiranni medievali. Schermaglie insomma di un’attività politica e culturale che per Marinetti in realtà assumeva ben altra importanza, come dimostrano le sue “battaglie di Trieste” che lo spinsero a definire la città giuliana come la “polveriera” d’Italia, città, dunque, che avrebbe dovuto, con la sua “bella impazienza patriottica”, far esplodere “tutte le libertà e tutti i progressi nel grande cerchio della Nazione”, in quanto, scriveva ancora Marinetti, “noi esaltiamo il patriottismo, il militarismo; cantiamo la guerra, sola igiene del mondo, superba fiammata di entusiasmo e di generosità, nobile bagno di eroismo, senza il quale le razze si addormentano nell’egoismo accidioso, nell’arrivismo economico, nella taccagneria della mente e della volontà” aggiungendo che “noi nutriamo nel nostro sangue il nostro principale odio d’italiani del ventesimo secolo: l’odio per l’Austria”.
“Gioia, follia e guerra” rappresentava dunque Trieste per l’inventore del futurismo, uno degli unici tre personaggi – gli altri due erano D’Annunzio e Mussolini – che nel giudizio di Lenin e Trotzky erano in grado di fare la rivoluzione in Italia; e (coincidenze della storia?) proprio di D’Annunzio parlò Marinetti all’U.P., di fronte a delle autorità che al di là dei provvedimenti presi per qualche frase a effetto, ben poco evidentemente capivano dei veri messaggi che venivano trasmessi. E ancor più significativo è forse il caso dell’altro illustre oratore ospite dell’Università Popolare, Enrico Corradini, l’intellettuale toscano apostolo del nazionalismo italiano.
A partire dagli eventi politici ed economici internazionali del biennio 1907 – 1908 che misero al centro dell’interesse delle grandi potenze l’area balcanica, anche Corradini cominciò a guardare con un occhio di riguardo l’irredentismo adriatico, da lui considerato fino ad allora nulla più di un lascito sentimentale del Risorgimento che distoglieva l’Italia dai suoi veri interessi, mediterranei e coloniali, destinati a risolvere il grave problema dell’emigrazione che continuava a sottrarre ricchezza alla Nazione.
Erano problemi vitali per l’Italia che, secondo Corradini, potevano essere risolti unicamente con un’azione espansionista per conquistare nuovi mercati e nuove colonie dove insediare gli emigranti; in altre parole una politica imperialista, come quella delle altre nazioni europee.
Per nobilitarne i contenuti in senso idealistico e patriottico Corradini volse, dunque, la sua attenzione verso l’irredentismo. Dai suoi scritti emerge, infatti, come egli ritenesse fondamentale accostare a una coscienza nazionale di tipo idealistico i possibili valori economici, in quanto, diceva, la coscienza nazionale era “un agente di prim’ordine (…) per l’imperialismo industriale e commerciale”.
Tuttavia nel 1909 egli riteneva fosse ancora necessario occultare l’imperialismo usando quell'”imperialismo sentimentale”, l’irredentismo, che il nazionalismo doveva saper usare come “mezzo di propaganda”, pur essendo consapevole che esso aveva “ragioni italiane e basta” in quanto il principio di nazionalità poteva “escludere l’imperialismo”.
Ma, in seguito, Corradini riconobbe che l’irredentismo, sia pur modificato nella forma, non doveva essere per i nazionalisti un sentimentalismo bensì la vera base della loro azione in quanto, come scrisse dopo un viaggio in Dalmazia per lui molto istruttivo, del dominio dell’Adriatico aveva estremo bisogno l’Italia “per sboccare con potenza nel Mediterraneo delle Nazioni”, il che costituiva “uno dei valori politici, pratici per la conquista dell’Adriatico, della combattente italianità dei paesi irredenti”.
Idee inequivocabili che suggerirono pertanto di invitare Corradini a Trieste per due conferenze, la prima, intitolata Sindacalismo, nazionalismo, imperialismo, svoltasi nel dicembre del 1909 per conto della Società di Minerva, e la seconda, riguardante il tema dell'”emigrazione italiana nell’America del Sud”, organizzata dall’Università Popolare il 14 gennaio 1910. Due conferenze di grandissima importanza in quanto assieme costituiscono il nucleo della teoria nazionalista che tanto risalto dava al ruolo di Trieste, ipotizzata come la “nuova Venezia” che avrebbe dovuto portare al controllo strategico dell’Adriatico e all’espansione economica dell’Italia verso Est.

E fu proprio parlando dell’emigrazione italiana in Argentina – dove a suo dire il lavoro degli emigranti italiani, socialmente emarginati, in realtà costituiva l’unica risorsa del paese sudamericano – che Corradini elaborò poi al congresso nazionalista di Firenze il mito della “nazione proletaria”, di cui, negli anni a venire, i politici italiani fecero largo uso. Un mito che, parafrasando il linguaggio del socialismo, coglieva nell’emigrazione e nell’irredentismo i sintomi di uno “sfruttamento di classe composto, o meglio complicato di rapporti internazionali, di emigrazione nostra, di conquiste e di colonie altrui” che generava una realtà in cui, affermava Corradini, “ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi (e) l’Italia è una nazione materialmente e moralmente proletaria”.
Da qui il compito del nazionalismo che, imitando il socialismo il quale aveva incitato alla lotta di classe, doveva “insegnare all’Italia il valore della lotta internazionale”.
Quindi, le tappe triestine di Corradini rappresentarono un passaggio di estrema importanza nell’ambito della politica italiana, e non solo italiana, che ancora una volta evidenziano il ruolo finemente politico delle istituzioni culturali triestine, con molta difficoltà recepito dalle autorità asburgiche per le quali era più facile proibire le conferenze sull'”anima di Garibaldi” “con riguardo al fatto che le produzioni dell’UP sono state ripetutamente abusate a scopi di dimostrazioni politiche”, dunque per spontanee manifestazioni patriottiche che, però, poco danno alla fine recavano, piuttosto che cogliere quelle più sofisticate teorizzazioni ideologiche che stavano di fatto preparando l’infuocato futuro europeo.
Ed era un futuro ormai prossimo per il quale anche l’Università Popolare si stava attrezzando affidando la dirigenza a uno dei più prestigiosi esponenti della novelle-vague liberalnazionale, il ventiseienne Attilio Tamaro, che avviò l’istituzione al suo periodo più brillante e produttivo.
Di famiglia piranese, formatosi al Ginnasio comunale di Trieste e poi a Vienna, dove partecipò alle lotte per l’università italiana venendo anche arrestato a Innsbruck nel 1904 insieme a Cesare Battisti, Tamaro si era laureato in lettere nel 1906 e aveva lavorato per due anni a Pola, presso la Giunta provinciale dell’Istria, come bibliotecario e archivista.
Dopo esser ritornato a Trieste aveva iniziato a scrivere sull'”Indipendente” e poi, dal 1911, sul “Piccolo”, cominciando a imporsi nel frattempo come abile studioso di storia giuliana, intesa, anche quella antica, come strumento di affermazione dei suoi ideali.
Nel 1910 su indicazione del partito liberalnazionale che ne aveva apprezzato la fede nazionale e la qualità professionale Tamaro venne nominato segretario dell’Università Popolare, un incarico, come sottolinea Giulio Cervani, “apparentemente modesto ma in realtà assai importante, e che assicurava anche spazio politico notevole a chi lo reggesse. Si trattava insieme di un posto delicato e molto esposto che avrebbe indubbiamente potuto anche bruciare un uomo meno preparato e meno efficiente del Tamaro. In quell’ufficio egli seppe invece rendere servizi di grande rilievo, dimostrando appieno le sue doti di politico preparato, ed insieme di eccellente operatore culturale e di abile organizzatore”; qualità che gli aprirono la strada per un futuro intellettuale e politico in ambito nazionale e internazionale di grande prestigio.
Quello di Tamaro era considerato un ruolo chiave della politica liberalnazionale soprattutto dopo le elezioni del 1909 che manifestarono una notevole crescita dell’elemento slavo cittadino e dopo l’insediamento alla Luogotenenza, l’anno successivo, del principe Corrado Hohenlohe, drasticamente antiitaliano, che aggravò il clima politico.
Tamaro, dunque assunse il suo compito nel periodo più aspro e cruciale dell’irredentismo, nel quale all’Università Popolare, stando alla Storia di Trieste dello stesso Tamaro, venne riconosciuto un ruolo fondamentale in tutte le vicende che riguardano lo sviluppo della coscienza nazionale nella città giuliana, come la questione universitaria (“a scuotere la Nazione, a far conoscere i problemi triestini, ad alimentare continuamente il sentimento antiaustriaco del popolo italiano e a creare dei contatti dovevano servire la quistione universitaria e l’Università Popolare, fondata dal Comune nel 1900, sulla cui cattedra dovevano seguirsi tutti i migliori ingegni d’Italia meno per insegnare e più per apprendere”), il contrasto con il socialismo internazionalista (“venivano, invece, dal Regno numerosi i su citati oratori socialisti a combattere l’idea nazionale e, perché chiamati dal “Circolo di studi sociali”, avevano ogni più ampia libertà di parola, potevano parlare persino di Mazzini e di Garibaldi, mentre gli oratori che venivano all’Università Popolare subivano i mille rigori della censura poliziesca”), i pellegrinaggi nella Madre Patria e lo spionaggio austriaco (“anche la gita dell’Università Popolare a Roma aveva dato occasione a dimostrazioni antiaustriache: la Luogotenenza invitò la polizia a procedere contro i gitanti, ma la polizia rispose che non era possibile, perché avrebbe scoperto i suoi confidenti, che avevano viaggiato con la comitiva e che le erano ancora necessari”), i tentativi repressivi delle autorità asburgiche consce del ruolo che stava svolgendo l’ente triestino (nel 1910 “la Luogotenenza tentò di stroncare, senza riuscire, l’attività dell’Università Popolare, che rendemmo negli anni seguenti il centro più importante e più efficace della propaganda irredentistica”), il ruolo simbolico che, grazie all’U.P., Trieste assumeva agli occhi degli italiani (“nel marzo del 1913 eravamo riusciti a organizzare una festa d’arte (la prima rappresentazione della Gorgona di Sem Benelli), che fece convenire a Trieste molti insigni giornalisti, i quali, ritornati nel Regno, narrarono e della situazione di Trieste e delle manifestazioni irredentistiche che vi avevano vedute: le loro calde impressioni d’amore e di stupore rianimarono vecchi rancori, sollevarono nobili passioni”).
E come Tamaro venne investito dell’incarico dirigenziale nell’autunno del 1910, la prima conferenza della stagione, quella del Pullè del 19 novembre dedicata a “il popolo e la cultura” in cui ci si appellava alla “missione speciale e santa” dell’Università popolare triestina, provocò la proibizione delle conferenze domenicali per tutto l’anno didattico, con l’accusa di “abusarne per dimostrazioni politiche e perseguire mire irredentistiche attraverso conferenze sulla cultura nazionale italiana”.
Lo spiacevole inconveniente costrinse Tamaro a puntare su corsi di carattere scolastico (geografia, storia, letteratura) e pratico (biologia, storia naturale, tecnologia, igiene e medicina) e dando il via, con la collaborazione di Mario Nordio, ai commenti musicali alle opere che si rappresentavano al Teatro Verdi, mentre Tamaro si riservò il ruolo di “cicerone” nelle visite guidate ai monumenti storico-artistici della città.

Per l’anno successivo, invece, il programma si fece consistente, anche perché ripresero le conferenze con importanti studiosi e uomini politici italiani che dovevano però sottostare alla censura austriaca, come successe per il nazionalista Luigi Federzoni che non poté parlare dell’impresa libica dell’Italia, ufficialmente per non offendere una potenza amica dell’Austria come la Turchia, ma molto più probabilmente perché le autorità austriache conoscevano ciò che era apparso sul giornale a cui faceva riferimento Federzoni, ovvero “L’Idea Nazionale”, e cioè che per gli irredenti il successo di Tripoli era “un simbolo” che rappresentava “la conquista, la guerra, la forza” dopo il quale l’Italia si sarebbe decisa ad aiutare i figli irredenti “con la forza fatale di una nazione vittoriosa”.
In compenso a Federzoni fu consentito di parlare l’anno seguente ma solo su Giacomo Casanova …. Durante la gestione di Tamaro l’anno sociale 1912 – 1913 costituì un altro frangente di difficoltà finanziarie ma l’attività proseguì abbastanza normalmente vantando anche un momento di grande risonanza con la già ricordata prima rappresentazione mondiale al Politeama Rossetti, il 14 marzo del 1913, dell’opera teatrale La Gorgona del toscano Sem Benelli, autore allora assai in voga grazie al precedente trionfo della sua celeberrima Cena delle beffe, e che nello stesso anno tenne anche una commemorazione pascoliana seguita da ben 1607 persone.
Il nuovo dramma di Benelli, fervente irredentista, era incentrato sulla conquista delle Baleari da parte della repubblica marinara di Pisa nel XII secolo e, com’era usuale all’epoca dell’irredentismo, i richiami alle glorie italiane del passato innescarono spontanee manifestazioni popolari inneggianti all’Italia, come testimonia la recensione di Silvio Benco, la quale sottolinea che “Trieste ha un’anima infiammabile per ogni cosa che nel tripudio del successo le rappresenti una gloria italiana trionfante”.
Anche se non è passata alla storia del teatro come una delle prove migliori dell’autore toscano essa ebbe, per il suo contenuto, per il luogo in cui fu rappresentata e per il momento storico particolare, una vasta eco; e per Tamaro essa rappresentò un indiscutibile successo, essendo egli riuscito ad attirare l’attenzione di tutta la critica teatrale italiana (e non solo teatrale) sui problemi e sulle aspettative della Trieste irredenta. E le aspettative di cui si faceva portavoce Tamaro risultarono ancor più evidenti nell’ultimo anno di attività dell’Università Popolare prima dello scoppio della guerra.
Come testimonia Attilio Gentile non tutto filò liscio nei rapporti interni all’istituzione, e c’è da credere che il moto impresso dal segretario all’ente da lui guidato fosse precisamente la fonte di tali attriti.
Il panorama politico internazionale, con le guerre balcaniche preannuncianti il primo conflitto mondiale, stava, infatti, dando adito alle più svariate ipotesi sul futuro della Venezia Giulia, accendendo gli animi.
Tra le varie possibilità stava emergendo con vigore quella dell’irredentismo nazionalista, minoritaria ma ben introdotta negli ambienti politici italiani, che ipotizzava una futura alleanza bellica dell’Italia con la Serbia e con la Russia, la qual cosa avrebbe recato svariati vantaggi al regno d’Italia, primo fra tutti il dominio dell’Adriatico.
Tra i sostenitori di tale tesi vi era Spiro Tipaldo Xydias che nell’anno accademico 1913 – 1914, come componente della Commissione ordinatrice, affiancò Tamaro nella conduzione dell’ente e ciò rappresentò senz’altro una radicalizzazione politica.
Il programma che fu stilato appariva, infatti, strettamente legato all’attualità – prevedendo, dunque, e auspicando anche, eventi eccezionali – che poi venne svolto nelle varie sedi centrali (scuole di via Giotto e di via Ruggero Manna) e periferiche (ricreatori di San Giacomo, di via Settefontane e di Cittàvecchia).
Ma il fulcro delle iniziative, in realtà, era rappresentato dalle conferenze nella palestra comunale di via della Valle nelle quali il ricordare – con oratori come Paolo Arcari, Giulio Caprin, Gino Damerini, Antonio Fradeletto, Pietro Orsi, Ferdinando Pasini e soprattutto Gioacchino Volpe – i patrioti, i poeti, i musicisti, gli eroi del Risorgimento italiano risultava quasi propedeutico alla venuta del giurista Alfredo Rocco che in due serate di grande successo parlò sul tema “dal liberalismo al nazionalismo”.
Argomento che poi Rocco sviluppò da par suo sulle colonne del settimanale padovano “Il Dovere Nazionale” – da lui diretto e al quale collaborò il vertice dell’irredentismo nazionalista, tra cui lo stesso Tamaro – e sul quale si elaborò anche il concetto di “Stato Corporativo”, vessillo ideologico dell’Associazione Nazionalista Italiana al congresso milanese del maggio 1914.
Ormai, dunque, si respirava nell’aria il grande cambiamento e apparvero quasi profetiche le parole con le quali Napoleone Colaianni, il 30 aprile 1914, parlando sul bilancio dello Stato italiano e sull’ascensione economica dell’Italia, concluse la prima fase della vita dell’Università Popolare triestina dicendo: “non disperiamo mai della nostra razza, la quale ha superato e supererà tutte le difficoltà e tutte le crisi”.
Terminava così il XIV anno didattico dell’istituzione e i propositi di Tamaro di chiedere al Comune, per l’anno successivo, un cospicuo finanziamento di 16.000 corone non ebbe corso poiché gli eventi precipitarono e lo stesso Tamaro come molti altri austro – italiani riparò in Italia per arruolarsi nell’esercito italiano per condurre a termine il sogno irredentista, che costò la vita a molti di loro come Guido Corsi, che aveva insegnato all’Università Popolare, e lo stesso Spiro Xydias, cantato anche da D’Annunzio (“Piangeva Spiro Xidias, l’eroe triestino, il compagno dei vostri eroi, il nuovo spirito del vostro coraggio adunato. Piangeva perché dal fragore e dalla polvere di un carro in corsa una voce aveva gridato: “È presa Gorizia!”. Piangeva l’anima della Venezia Giulia, piangeva tutta l’anima bella della Venezia Giulia. E sette giorni dopo, la mitragliatrice di Spiro Xidias cantava il suo più chiaro canto. Ed Egli moriva su la sua arma rovente, versando un sangue meraviglioso come le sue lacrime”).
Era il 14 agosto del 1916 e la medaglia d’oro al Valor Militare di Xydias può forse simboleggiare il ruolo che l’Università Popolare ha saputo svolgere nel primo periodo della sua esistenza alternando alla propria presidenza uomini come Felice Venezian, Giuseppe Mazorana, Cesare Cristofolini, Bernardo Benussi e Baccio Zilliotto affiancati da segretari come Basilio Cappelletti, Alfieri Rascovich, Aldo Oberdorfer e Attilio Tamaro, che hanno saputo attrarre con le varie iniziative ben 375.661 persone e condurre l’istituzione a quelle finalità che ci si era proposti di raggiungere con la sua fondazione, contribuendo così a concludere l’unificazione italiana.