Da quest’anno il Leone di Muggia diviene un premio nazionale. Il numero dei lavori presentati rispecchia nel modo più eloquente il successo che ha accolto questa innovazione: sono giunte alla giuria ben 280 raccolte di poesia e circa 180 racconti. Scorrendo l’elenco dei premiati si ha l’immediata percezione di una geografia che copre tutta l’Italia: dall’Aquila a Salerno, da Genova a Foggia, da Pordenone a Trieste. A questa molteplicità di voci e di luoghi, si aggiunge una molteplicità di stili, di temi, di forme espressive. I giurati hanno avuto l’impressione qualche volta di attraversare tutta la storia della letteratura del Novecento. Non è dunque vero quello che molti maligni dicono: e cioè che nessuno legge più, soprattutto quelli che scrivono. Molti dei lavori arrivati per il premio dimostrano invece una ricca formazione letteraria e una raffinata capacità di giocare con la tradizione: non per ripeterla, ma per rinnovarla e farne sentire gli echi all’interno di una musica nuova. La qualità del premio si è dunque confermata sul piano della qualità oltre che della quantità.
E’ importante notare anche un altro aspetto delle opere inviate alla giuria. Una parte dei racconti o delle raccolte poetiche inviate forse non raggiungono l’equilibrio formale della scrittura professionistica: ma probabilmente non intendevano neppure proporsi come opere letterarie. Il loro intento era diverso, e forse più nobile: quello di rendere una testimonianza. Nel leggere molti testi è stato impossibile non provare una profonda commozione di fronte a memorie ed esperienze di vita che avevano un pieno valore in se stesse, al di là della loro traduzione in scrittura.
Mi riferisco – per fare qualche esempio – a liriche e a racconti sull’esodo dall’Istria, sulla tragedia delle deportazioni naziste, o – meno drammaticamente – sull’Italia del dopoguerra, su memorie familiari, e soprattutto sull’eredità lasciata dagli eroi comuni della quotidianità: eroi che spesso passano inosservati alla grande storia, alla cronaca, e perfino a noi, che li scopriamo solo quando sono scomparsi o sono lontani: i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli, i nostri amici. Nei due scatoloni in cui l’efficientissima Barbara Favretto aveva raccolto gli elaborati da giudicare, c’era insomma un tesoro non solo di carta ma di vita, non solo di parole ma di umanità.
E’ questo senso sacro della parola, della memoria, della scrittura che i partecipanti al Leone di Muggia hanno donato e ricordato ai giurati. Un premio ideale, e non meno importante di quelli che oggi sono assegnati, va dunque a questa ampia comunità di scrittori, capaci di proporre un’immagine dell’Italia più nobile, alta, e toccante di quella che la cronaca sembra trasmettere ogni giorno. Leggendo i testi mandati per il Leone di Muggia mi sentito orgoglioso di essere italiano: non so se sia un miracolo, ma ci si avvicina: ed è certo il segno più fausto per l’avvenire di un premio che oggi più che mai dimostra di saper unire il piccolo e il grande, il locale e il nazionale, la letteratura e la vita.

50° "Leone di Muggia" – Prolusione del prof. Fabio Finotti
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